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di Giacomo Locci

ferraratoday.it, 6 ottobre 2025

In occasione di Internazionale un confronto con la redazione del giornale Astrolabio. “Non è da tutti entrare in galera di venerdì pomeriggio e fare anche la fila per accedere”. Con queste parole, ammantate da quell’ironia che aiuta sempre a sciogliere momenti di tensione, è iniziato l’appuntamento promosso da Arci Ferrara ‘La città incontra il carcere’ previsto all’interno del programma del festival Internazionale a Ferrara. Le parole sono state pronunciate da Mauro Presini, maestro elementare in pensione e curatore di ‘Astrolabio’, il giornale del carcere di Ferrara. All’incontro era presente anche Maria Martone, direttrice del carcere, insieme alla comandante della polizia penitenziaria, alle operatrici dell’area educativa e di quella sanitaria, oltre a Vito Martiello, direttore responsabile del periodico.

In uno dei maggiori eventi che coinvolge la città e che fa dell’inclusione un suo valore portante, non poteva rimanere escluso quello che a tutti gli effetti è una sorta di quartiere di Ferrara e che, nonostante l’isolamento e la rimozione dalla vita cittadina, rappresenta una realtà delle comunità ferrarese. Quello vissuto dai più di trenta cittadini che hanno varcato le porte della Casa Circondariale ‘Costantino Satta’ è stato un momento unico nel suo genere.

Per una volta, infatti, chi arrivava da fuori non era lì per parlare, insegnare, recitare o suonare (come già avviene), ma per ascoltare, assistere e partecipare alla riunione di redazione del giornale pubblicato grazie da una collaborazione tra Asp e la Cooperativa Sociale Integrazione Lavoro di Baura.

Alternandosi al microfono, i sette componenti della redazione, in rappresentanza di un gruppo più ampio, hanno fatto capire come funziona la composizione del giornale, la scelta dei temi e la scrittura degli articoli. Una scrittura individuale che parte però da un confronto collettivo nelle aule dell’area pedagogica della struttura carceraria. E nel percorso di reclusione, dove ognuno è solo con la sua pena, il poter fare un’attività insieme ha un significato di vitale importanza. “Quando scrivo mi sento vivo, mi sento libero” questo uno degli slogan del giornale, che può sembrare un paradosso detto da persone recluse, ma che spiega invece bene l’approccio a questo tipo di iniziativa.

Sono state molte le storie e i temi personali condivisi con coraggio e che trovano spazio nel giornale, perché “quando uno scrive per sé, scrive anche per gli altri”: dai rapporti con le famiglie e con i figli (alcuni dei quali conosciuti solo dopo anni) alla consapevolezza del reato commesso, dalla soddisfazione nel poter partecipare ad attività culturali e sportive all’orgoglio di portare avanti percorsi di istruzione anche di livello universitario. E poi temi alti ma con ricadute molto pratiche come la giustizia, la pena, le vittime.

Per una volta si è parlato quindi di carcere dal carcere: “Non siamo nati detenuti, siamo nati come tutti gli altri” è stata una delle frasi che ha più scosso la platea. Perché la persona non è mai solo il suo reato, ma soprattutto perché verrà per tutti il giorno di uscire fuori e rientrare in società. Ed è interesse della società, prima ancora che del singolo, accogliere una persona diversa: a cui è stata tolta la libertà, ma alla quale deve essere offerto un tempo per imparare, crescere, cambiare.

Come l’astrolabio, nell’antichità, era lo strumento che aiutava i naviganti a guardare il cielo e a trovare la rotta e la direzione, nel suo piccolo ‘Astrolabio’ serve a rompere l’isolamento e l’immobilismo delle mura dell’Arginone e a tracciare un ponte che collega il dentro e il fuori, attraverso la parola e la scrittura. Il giornale letto da chi è in carcere serve per conoscere meglio i propri diritti e opportunità, letto da chi è dal lato opposto delle sbarre fa comprendere una realtà sconosciuta, che fa paura e che arriva alle cronache cittadine solo per casi di tortura o aggressioni.

Mentre qualcuno parla di nuovi padiglioni da costruire e di un numero di detenuti da far crescere, nonostante l’affollamento e il numero spaventoso dei suicidi, c’è chi si ostina a pensare alle persone, siano esse fuori o dentro al carcere, alle loro traiettorie di vita e a cosa le possa rendere più sicure e consapevoli: anche attraverso un esperimento di giornalismo partecipato, aperto a chiunque voglia collaborare (Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.).