di Nicola Bianchi
Il Resto del Carlino, 12 marzo 2025
Il bilancio dei primi quattro mesi di Manuela Macario: “I problemi sono tanti, a partire dalla vecchia struttura”. I detenuti sono arrivati a 399. “Il ritardo nei pacchi? Vanno controllati ma chi verifica sulle tempistiche?”. L’ultimo dato, relativo all’1 marzo, parlava di 399 detenuti presenti a fronte di una capienza massima di 277. Il record si toccò nel 2009 con addirittura 540 persone. “Ma il problema del sovraffollamento - spiega Manuela Macario, garante dei detenuti - è solo uno dei tanti”. In carica da fine ottobre, “la prima volta che sono entrata in carcere è stato il 6 novembre”, la nuova garante è una forza di idee e proposte. Molto spesso però bloccate nel pantano della burocrazia, delle dimenticanze, delle ridottissime forze in campo.
Macario, in questi quattro mesi, cosa ha trovato?
“Partiamo dai problemi strutturali. L’Arginone è vecchio, alcuni spazi sono indecorosi, grigi, incrostati, nelle celle c’è solo un piccolo lavandino e le docce sono in comune. Ciò incide molto su chi vive e lavora all’interno. La direttrice, Maria Martone, sta lavorando molto su questo”.
Su 399 detenuti, solo un centinaio lavora, giusto?
“Sì. Parliamo di nemmeno un terzo della popolazione totale. Sono addetti alle pulizie, alle aree esterne e cucine, i piantoni, ovvero chi assiste i detenuti in difficoltà. Il lavoro, uno degli elementi del trattamento rieducativo, è un diritto, sancito dall’articolo 15 dell’Ordinamento penitenziario. Ci sono persone che passano l’intera giornata in cella a non fare niente. Senza parlare poi di quello che un detenuto ha definito la stratificazione dei problemi”.
Si spieghi...
“Un detenuto pone un problema da risolvere a un agente penitenziario il quale lo rimbalza o lo delega ad altri. Ciò fa diventare la risoluzione lunga e fa sommare i problemi che si stratificano. Pochi giorni fa, ad esempio, solo grazie a un mio interessamento, siamo riusciti ad ottenere un documento atteso un mese e mezzo per una pratica. Serviva solo un timbro”.
La responsabilità di chi è secondo lei?
“Non del direttore o degli agenti, pochi e costretti a lavorare in condizioni difficilissime. Ma della burocrazia, queste richieste spesso si perdono”.
E questo non fa che esacerbare il clima, non è vero?
“Esattamente”.
Pochi giorni fa si è aperta una grossa polemica relativa alle lungaggini dei pacchi da consegnare. Vuole replicare ai sindacati?
“Il mio discorso era molto più lungo e articolato di quello che apparso sui media. Evidente che i pacchi dall’esterno necessitano di una dettagliata supervisione, la procedura è delicata e richiede tempo. Ma non può succedere che un pacco arrivi al detenuto dopo 2/3 settimane dalla consegna. Perché all’interno, spesso, c’è del cibo. Ho assistito a durissime proteste e rappresaglie per questi ritardi. Mi chiedo, chi verifica le tempistiche? Un carcere, quando ha 400 persone, è come un’azienda e questa la devi sapere organizzare altrimenti non funziona”.
Come farla funzionare, quindi?
“Ridurre la capienza, creare lavoro, parlare con le aziende, trovare sempre nuove attività da proporre. Mi interfaccio costantemente con la direttrice, le aree pedagogiche e al bisogno con il comandante. Cerco di ascoltare i detenuti, di inserire nuovi gruppi di volontariato, sto lavorando ad un’attività di doposcuola. Non è facile, ma questa situazione va sbloccata per il bene di tutti”.











