di Lucia Bianchini
estense.com, 14 novembre 2022
Giustizia, pena, detenzione, recupero: questi i temi della conversazione che si è svolta all’Arci Bolognesi dove, durante il dialogo, si è affrontato da punti di vista differenti la vita reclusa nelle carceri, che dovrebbe essere, ed è, la privazione della libertà, ma può essere anche la privazione di ogni altro diritto, e, come hanno spiegato i relatori, questo produce rancori, indisciplina, ribellione e non aiuta ad uscire dal carcere migliorati.
Come ha raccontato Paolo Li Marzi, della segreteria regionale di Uilpa, di carcere si parla quasi unicamente in occasione di eventi tragici o violenti, e cita: “Le recenti rivolte, i suicidi di detenuti e poliziotti, le continue aggressioni. Secondo me - prosegue - si deve avviare un processo di conoscenza del carcere da parte della gente comune, al fine di conoscere in cosa consista la pena detentiva e quali siano le condizioni della detenzione, che si riflettono sui detenuti in prima battuta, ma anche sul personale e su tutti gli operatori che lavorano in carcere. Ogni volta che si parla di carcere si deve collocare l’informazione in un contesto per capirla, ma la persona comune che conoscenza ha del carcere? Ci si rifà ad un immaginario da cinema americano, perché probabilmente non si conoscono altri contesti”.
A denunciare l’alto numero di suicidi che avvengono nelle strutture carcerarie è monsignor Gian Carlo Perego, arcivescovo di Ferrara: “Nei primi 9 mesi di quest’anno vi sono stati 70 suicidi, comprese alcune donne, cosa che solitamente non avveniva. Bisognerebbe legare questo aspetto non solo alla pandemia, che ha aggravato la situazione dei legami in carcere e verso l’esterno, alla realtà stessa del carcere, dove sempre di più assistiamo ad una doppia diagnosi, persone che hanno grossi problemi psicologici se non psichiatrici, tossicodipendenza, sieropositività, distanza dalla propria terra, nazionalità diverse. Forse quindi il primo aspetto fondamentale è non dimenticare che in carcere ci sono delle persone e partire da qui per interpretare il valore costituzionale della rieducazione”.
L’arcivescovo continua parlano di rieducazione e lavoro: “Se l’Italia è fondata sul lavoro non può non esserlo il carcere, non possiamo dire che il lavoro è il primo elemento per il recupero dell’autonomia di una persona e non favorire questo aspetto. Se vi sono persone malate non si può non essere attenti alla diagnosi e alla cura. Se il carcere è luogo anche della cittadinanza e del recupero di responsabilità si deve lavorare sull’educazione alla cittadinanza. Se le persone che vanno in carcere hanno avuto una debolezza nei rapporti bisogna favorire i legami.
Non si può pensare che una persona esca dal carcere e magicamente diventi una brava persona se non si fa questo percorso. Si deve investire in misure alternative alla pena, liberare la pena dal carcere”.
A questa idea si ricollega Pasquale Longobucco, avvocato e presidente della Camera penale di Ferrara: “Il carcere è un tema scottante e quando se ne parla si dicono cose come ‘non la passeranno liscia’ e ‘buttare via la chiave’, termini aberranti per un paese civile. Si fa poi passare l’idea della sanzione penale legata esclusivamente al carcere: non vi è invece un automatismo tra processo penale e condanna, come non vi è tra condanna, esecuzione della pena e carcere. Ci sono infatti pene alternative alla detenzione, non è vero che si devono stravolgere la Costituzione o l’ordinamento giudiziario per dire che il carcere è lo strumento estremo dell’esecuzione della pena. Oggi invece - aggiunge - la carcerazione è il principale strumento applicato, perché il legislatore continua a implementare l’articolo 4 bis dell’ordinamento giudiziario, che vieta la possibilità di scontare le pene in misura alternativa alla detenzione, articolo che era nato invece per determinati crimini”.
Progetto che si è via via esteso nelle varie strutture carcerarie, tra cui Bologna e Ferrara, è quello di creare una squadra di rugby composta da detenuti. Dell’importanza di questo sport ha parlato Giacomo Berdondini, presidente regionale della Federazione Rugby: “Credo che il vantaggio del rugby nella popolazione carceraria sia di essere uno sport di combattimento ma di squadra, in cui l’aspetto fisico è esasperato, e si porta all’esterno del proprio essere quelle che sono le frustrazioni, il confronto è talmente acceso che non lascia spazio a secondi pensieri, se vengo demolito dall’avversario è lui che è stato più forte di me, non ha barato. È un concetto basilare ma potentissimo, a cui si collegano una serie infinita di questioni, devo avere un compagno che mi aiuta a fare meta, servono fisici e caratteristiche diverse, dobbiamo seguire le regole insieme. Il rugby credo sia l’unico sport in cui l’arbitro cerca di prevenire il giocatore nel commettere infrazioni, e crea uno straordinario parallelo con la vita. È secondo me uno sport che si adatta in maniera specifica ad un approccio di riabilitazione e proposta diversa verso un individuo, per risolvere le difficoltà di approccio verso la società che portano una persona ad entrare in carcere”.










