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di Nicola Bianchi

Il Resto del Carlino, 19 aprile 2025

La visita ai detenuti di una delegazione di Camera penale e Aiga, tra criticità ma anche tante cose buone “Il nostro appello rivolto ad aziende e supermercati: servono aiuti”. E la capienza degli ospiti è arrivata a 389. I nudi numeri erano, sono e purtroppo resteranno a lungo impietosi sul fronte sovraffollamento. L’ultimo dato, ieri, parlava di 389 detenuti ospiti dell’Arginone a fronte di una capienza massima regolamentare di 244. Il record si toccò nell’estate 2009 con addirittura 540 persone. “Ma il problema del sovraffollamento - spiegò alcuni giorni fa Manuela Macario, garante dei detenuti - è solo uno dei tanti”.

Molti dei quali accarezzati da vicino proprio ieri da Camera penale e Aiga, in visita con una delegazione di avvocati accompagnati dalla direttrice del carcere, Maria Martone, dal comandante della Penitenziaria, Annalisa Gadaleta, e dal funzionario giuridico pedagogico Mariangela Siconolfi. Un viaggio in alcune sezioni che ha messo a nudo le enormi criticità di una struttura di massima sicurezza attempata e obsoleta, ma allo stesso tempo contenitore di tante iniziative buone in essere e future.

Al 17 aprile 2025, gli ingressi all’Arginone sono stati 118, dei quali 40 entrati dalla libertà, 79 da trasferimento. In tutto l’anno scorso, il complessivo degli ingressi toccò quota 391. Cresce il numero di stranieri (44%), anche se la maggior parte restano gli italiani: 219. Addentrandosi tra le nazionalità, il Marocco conta 50 persone, poi Tunisia (30), Albania e Nigeria (15 a testa). Proprio la presenza di varie etnie, con religioni e culture diverse, crea problemi di convivenza, spesso di difficile gestione per la polizia penitenziaria, altro tasto dolentissimo. In questo caso non si tratta di sovraffollamento, bensì dell’opposto con numeri fortemente al ribasso: a oggi mancano ben 40 agenti, con una media di uno per turno chiamato a controllare 80 detenuti. Ancora: gli ospiti definitivi sono 324, quelli in attesa del primo giudizio 24.

La struttura, in certe parti è fatiscente. L’Arginone è vecchio, alcuni spazi sono indecorosi (la cucina, ad esempio, sarebbe da ristrutturare, la palestra con macchine da ammodernare o sostituire), grigi, incrostati, nelle celle c’è solo un piccolo lavandino e le docce sono in comune. Poi ecco l’occupazione. Su 389 detenuti, solo un centinaio lavora - uno degli elementi del trattamento rieducativo, un diritto sancito dall’articolo 15 dell’Ordinamento penitenziario -, cioè nemmeno un terzo della popolazione totale. Si tratta di addetti alle pulizie, alle aree esterne e cucine, di piantoni, ovvero chi assiste i detenuti in difficoltà. “E ci sono persone - spiega Simone Bianchi, vice presidente della Camera penale - che passano l’intera giornata in cella a non fare niente”. Da qui il grido di allarme che le delegazioni degli avvocati portano all’esterno: “Servono aziende - continua l’avvocato - che investano nell’attività carceraria, i detenuti fanno già molte cose, basti pensare a Ricicletta o all’officina di montaggio e smontaggio di lavatrici e lavastoviglie. Ma ne possono fare molte di più grazie alle loro professionalità. È necessario fornire loro strumenti per ripartire una volta fuori, dare la possibilità di ottenere una qualifica spendibile all’esterno per il loro futuro ma anche, e soprattutto, per quello della società stessa”.

Altro appello, questa volta per la colazione come spiega Laura Bonora, referente dell’Osservatorio carceri di Aiga: “I detenuti hanno a disposizione solamente latte o tè, non ci sono merendine, marmellate o biscotti. Serve recuperare generi (non in vetro) di prima necessità, per questo forni o supermercati, ad esempio, potrebbero iniziare una collaborazione con il carcere”. Tra le eccellenze, il progetto con Unife che vede oggi 15 detenuti-studenti, le tante attività pedagogiche, la coltivazione dell’orto, il progetto con il Vergani e i concerti con il Conservatorio, la biblioteca sempre ben fornita, i tirocini con Comune e Caritas. Resta da risolvere, in tempi brevi, la questione legata ai detenuti con problemi psichiatrici o di tossicodipendenza, con l’Ausl incapace di ospitarli nelle varie strutture esterne e di fatto soggetti destabilizzanti per l’istituto penitenziario.