di Federico Malavasi
Il Resto del Carlino, 13 giugno 2026
La procura ha impugnato il verdetto del giudice che scagionava l’unico imputato. Aperto un altro fascicolo, al momento contro ignoti, per esplorare ulteriori profili. Il legale dei familiari: “Passaggi da chiarire, contribuiremo per giungere alla verità”. La sentenza del giudice dell’udienza preliminare non ha chiuso la vicenda giudiziaria nata dal suicidio di un 29enne detenuto nel carcere dell’Arginone. Dopo l’assoluzione dell’unico imputato per quei fatti, l’agente di polizia penitenziaria G.P., il pubblico ministero Andrea Maggioni ha impugnato il verdetto con un articolato atto d’Appello.
Ma non è tutto. Parallelamente, si profila anche una nuova indagine su quei fatti. In procura sarebbe infatti aperto un fascicolo contro ignoti per omicidio colposo, al fine di esplorare eventuali profili di responsabilità nella fase tra l’ingresso all’Arginone del 29enne e la sua morte.
Partiamo dall’Appello. L’agente era in servizio di sorveglianza dalle 8 alle 16 del primo settembre 2021, giorno in cui il ragazzo fu trovato senza vita nella sua cella. Secondo l’impianto accusatorio, avrebbe violato gli ordini della comandante di svolgere controlli ogni venti minuti nella cella del ragazzo. Passaggi necessari in quanto il 29enne detenuto era stato ritenuto ad alto rischio suicidiario dal medico di turno, che ne aveva infatti disposto la cosiddetta ‘Grande sorveglianza’. Secondo la procura, dunque, pur essendo a conoscenza del pericolo di suicidio, l’imputato avrebbe omesso di vigilare adeguatamente. Una tesi che però non ha convinto il giudice Andrea Migliorelli, che ha chiuso il processo in rito abbreviato con l’assoluzione del poliziotto perché il fatto non sussiste.
Lette le motivazioni, il pm ha impugnato la sentenza. Tra i punti affrontati nell’atto d’Appello, l’assenza di motivazione del diniego da parte del gup della richiesta di ascoltare due testimoni e il non aver valutato un documento prodotto dall’imputato, cioè l’elenco dei detenuti in Grande sorveglianza. L’attenzione si sposta poi sul momento in cui l’imputato apprende della disposizione della Grande sorveglianza e sul legame tra la presunta omissione dell’agente e la morte del 29enne. Secondo la procura, infatti, controlli a intervalli minori di venti minuti avrebbero potuto evitare la tragedia. In conclusione, il pm chiede alla corte d’Appello di riformare la sentenza di primo grado, condannando l’imputato. L’udienza non è ancora fissata. Nel frattempo, negli uffici di via Mentessi sta muovendo i primi passi una nuova inchiesta. L’intenzione di svolgere ulteriori indagini sulla vicenda trapela già da un passaggio dell’atto d’Appello: l’obiettivo è vagliare aspetti non sufficientemente approfonditi in precedenza.
I nuovi sviluppi sono stati accolti con soddisfazione dal difensore dei familiari della vittima, l’avvocato Antonio De Rensis. “Confermo l’Appello della procura - così il legale -. Lo considero un atto condivisibile in tutti gli aspetti e che denota la volontà di dare la giusta importanza a un fatto molto grave. Il suicidio del giovane non può restare senza alcuna responsabilità”. Per quanto riguarda la nuova indagine, prosegue De Rensis, “sarebbe uno sviluppo importantissimo. Io ritengo, e lo sostengo sin dall’inizio, che ci siano altre posizioni che devono essere approfondite in maniera maggiore rispetto a ciò che è stato fatto.
Vi è una concatenazione di passaggi che non possono rimanere non approfonditi. Ci sono alcune circostanze che coinvolgono questa sequenza di passaggi che, nella precedente indagine, non sono state approfondite come si sarebbe potuto”. In conclusione, secondo il legale, “nel rispetto dell’autonomia investigativa, il pm può ritenere che vi siano circostanze da valutare in maniera diversa. Qualora vi fosse una nuova indagine la difesa delle parti offese farà tutto il possibile per contribuire all’accertamento della verità”.










