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di Emanuele Gessi

estense.com, 16 dicembre 2024

“Strange fruit”, il brano di Billie Holiday, è una canzone simbolo delle battaglie per i diritti civili, in cui la realtà dei linciaggi dei neri nel sud degli Stati Uniti viene descritta in maniera brutale, spietata e onesta. Il suo impatto, quando venne incisa negli anni 30 del Novecento, fu innanzitutto di ordine politico: accese una luce, stimolò il dibattito, favorì un cambiamento. A Ferrara, “Strange fruits” (al plurale) è andato in scena alla Casa circondariale C. Satta il 5, 6, 7 e 12 dicembre. Non più una canzone ma uno spettacolo teatrale, che è stato sviluppato da una ventina di detenuti partecipanti del laboratorio che il Teatro Nucleo porta avanti nel carcere di via Arginone dal 2005.

L’affluenza anche quest’anno ha reso onore alla nobile iniziativa culturale e sociale, con tutte e tre le repliche che hanno fatto registrare il tutto esaurito. Una parte degli interessati, addirittura, non è riuscita a comprare il biglietto poiché erano terminati i posti disponibili (una cinquantina a sera). La procedura per assistere allo spettacolo, infatti, è speciale e la capienza limitata. Bisogna inviare con parecchi giorni d’anticipo il proprio documento d’identità, arrivare un’ora prima che inizi lo spettacolo e lasciare tutte le proprie cose fuori dall’edificio, compreso il telefono.

Così come per il brano di Billie Holiday, anche dalla costruzione del discorso teatrale in carcere traspare una dimensione politica, che consiste nel dare la possibilità a chi lo desidera di varcare una soglia e scoprire l’umanità che risiede là dentro oltre lo stigma, i pregiudizi e le idee cristallizzate. “Fare teatro in carcere - ha spiegato il regista Marco Luciano - è una missione per noi. Se vogliamo che cambi, aumentare le occasioni di incontro con la società civile è indispensabile”.

Oltre all’omaggio musicale del titolo, “Strange fruits” ha trovato profonda ispirazione dallo studio della figura di Nelson Mandela, una riscoperta che ha dato la possibilità di fare i conti, in forma artistica, con il concetto di discriminazione. Lo spettacolo si è quindi strutturato in 12 scene-quadri, che scivolando l’uno nell’altro hanno alimentato una riflessione sull’apartheid non solo dal punto di vista razziale, ma anche sociale ed esistenziale. La messa in scena è cominciata con un prologo: “Un tentativo - ha dichiarato Luciano - di accorciare da subito la distanza con il pubblico e portarlo in un “qui e ora”.

Concordavamo nell’urgenza di ribadire, d’altra parte, un concetto fondamentale del nostro fare teatro in carcere: costruire un’opera d’arte, gridare la propria dignità, proteggere il più possibile il lavoro artistico dalla pietà”. Fra i vari passaggi dello spettacolo, rimane memorabile la reinterpretazione del discorso che Mandela pronunciò alla folla che lo aveva appena eletto presidente, attraverso cui si è richiamato all’urgenza di rafforzare la propria fede nella giustizia, lasciandosi alle spalle “l’esperienza di una catastrofe straordinaria dell’uomo sull’uomo durata troppo tempo”.

Forte emozione nel pubblico, che al termine dello spettacolo ha riservato una standing ovation agli attori. Qualcuno dalla platea si è fatto avanti per stringer loro la mano, esprimendo la propria ammirazione per il grande lavoro e l’intensità restituita. Nel monologo finale si è cercato di rendere tangibile un concetto, una ambizione notevolissima, come ha sottolineato Luciano, “perché gli assoluti in teatro sono intrattabili, non si fanno prendere, non diventano visibili.” Il punto di partenza è stato riconoscere quanto la sensazione di libertà sia ineffabile, effimera, a prescindere che ci si trovi dentro o fuori dal carcere.

“Dura poco, come le foglie spazzate dal vento - ha infine esplicitato il regista - come i personaggi che svaniscono una volta compiuta l’opera, come le parole che in quell’istante trasformano il mondo e nell’attimo successivo sono scomparse, come lo spettacolo quando le luci si spengono e la sala si svuota”. Cosa resta infine? “Il ricordo di ciò che ha innescato il cambiamento e la consapevolezza autoironica di avere esercitato un diritto: quello di sognare”. Un rito collettivo dolcemente rivoluzionario che in via Arginone, una replica dopo l’altra, è indubbiamente avvenuto anche quest’anno.