di Cristina Rufini
Il Resto del Carlino, 18 febbraio 2022
Ieri, al processo per la presunta aggressione di un detenuto, c’è stata la deposizione della professionista “L’ho visto poco più tardi, aveva anche le manette”. Dopo un’ora la segnalazione alla comandante. La presunta aggressione sarebbe avvenuta nel carcere di via Arginone, il 30 settembre del 2017.
“Quando l’ho visto sono rimasta scioccata, aveva il volto coperto di sangue”. Con queste parole ieri il medico di turno in carcere quel 30 settembre del 2017 ha raccontato la scena che si è trovata di fronte quando si è affacciata dalla finestrella della cella per il giro di controllo dei detenuti.
Erano le 9.04 di quel trenta settembre. Il racconto del medico, in servizio all’Ausl e destinata al carcere di via Arginone, ha continuato il suo racconto davanti al Tribunale (in composizione collegiale: presidente Piera Tassoni e i giudici Alessandra Martinelli e Andrea Migliorelli) rispondendo alle domande del pubblico ministero Isabella Cavallari e degli avvocati difensori degli imputati, Alberto Bova e Denis Lovison.
“Dopo averlo notato in quelle condizioni - ha continuato il medico - ho continuato il giro con gli altri detenuti e poi sono tornata nella sala infermeria, per capire che cosa fare”. Lo stato d’animo “intimorito” come la stessa medico ha riferito in aula, era dettato dalla situazione che aveva trovato in quella cella. “Peraltro il detenuto (Antonio Colopi, ndr) era anche ammanettato, condizione che non è possibile in cella - ha proseguito la professionista - dopo un’ora circa ho avvertito la comandante della Polizia penitenziaria, Annalisa Gadaleta”.
Alla richiesta dell’avvocato Bova che assiste i due agenti imputati, Geremia Casullo e Massimo Vertuani, del motivo per cui abbia atteso così tanto tempo visto che era rimasta scioccata dalle condizioni del detenuto. “Sinceramente ero intimorita dalla situazione - ha spiegato il medico - e comunque nonostante la maschera di sangue al volto, mi sono resa conto che non era necessario un intervento d’urgenza. E dovevo pensare un attimo a che cosa fare. Poi ho avvertito la comandante”. “Non ricordo se l’infermiera era presente in infermeria quando sono tornata lì, dopo la visita in carcere”.









