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di Liana Milella

La Repubblica, 15 luglio 2023

Il professore emerito di diritto penale a Palermo: “L’intervento sarebbe necessario, ma ora è troppo forte la contrapposizione politica. Non voglio essere inserito in uno dei due fronti. “Adesso non è il momento di intervenire sul concorso esterno. Troppo forte la contrapposizione politica per farlo anche se si tratta da sempre di un intervento necessario”. Da Giovanni Fiandaca, professore emerito di diritto penale a Palermo, da sempre sostenitore della necessità di un intervento sul concorso esterno, arriva da un lato la conferma che si tratta di un passo obbligatorio, ma al contempo la notazione che il momento non è proprio dei più favorevoli.

Perché proprio adesso che Nordio insiste sulla necessità di intervenire lei si ferma?

“Le guerre di religione che sono deleterie - e non giovano a nessuno, né ai garantisti, né alla magistratura più impegnata nella lotta alla mafia - creano solo confusione e fomentano un clima aggressivo, ma purtroppo riaffiorano ciclicamente…”.

Eh già, sono trent’anni che sul punto va avanti così…

“Io cerco di essere il più possibile uno studioso super partes rispetto alle polemiche superficiali e aggressive, ci sono problemi che vanno affrontati in modo costruttivo. Ma adesso, quello che mi darebbe fastidio sarebbe essere inserito d’ufficio in uno dei fronti contrapposti perché invece mi piace guardare ad alcuni problemi con consapevolezza critica e al contempo con spirito costruttivo”.

Nordio torna sulla necessità di intervenire sul concorso esterno che definisce negativamente come “un ossimoro”. E cita proprio lei come protagonista della necessità di farlo...

“Nordio ha ragione nel sostenere che la maggior parte degli studiosi di diritto penale del nostro Paese suggeriscono da tempo un intervento legislativo sul concorso esterno. Vorrei però, a scanso di equivoci, precisare un punto importante. L’auspicio della maggior parte della dottrina specialistica più qualificata non è motivata dalla preoccupazione di smantellare, come qualcuno teme, o di ridurre irragionevolmente gli spazi di punibilità che l’istituito del concorso esterno consente”.

Però il timore è proprio questo…

“E io invece vorrei precisare che l’esigenza di descrivere con la maggiore precisione possibile i requisiti costitutivi di un concorso punibile non riflette solo una preoccupazione in chiave individual-garantistica. Perché la modifica può anche servire a potenziare l’efficacia repressiva dell’istituto e può contribuire a rendere più chiare e solide le imputazioni, accrescendo la possibilità di ottenere condanne in giudizio”.

Il sottosegretario Mantovano ha fermato Nordio e ha detto che il concorso esterno non si tocca. La paura di tutte le toghe antimafia, sentite da Repubblica, è proprio questa, che i processi in corso possano saltare...

“Non è certo una preoccupazione nuova. Nei primi anni Novanta fui relatore in un convegno scientifico e sostenni che sarebbe stato opportuno che il Parlamento si responsabilizzasse rispetto a una più puntuale descrizione legislativa del concorso esterno. Ricevetti una telefonata allarmatissima di Gian Carlo Caselli che mi disse ‘Giovanni ma che dici? Possono sorgere problemi con i processi in corso’. In realtà il potere del Parlamento, per ragioni di ordine costituzionale, non può essere inibito dal fatto che alcuni processi possano subire influenze da una nuova legge, perché se fosse così nessun reato potrebbe essere cambiato, in attesa di chiudere i processi in corso. Questa è un’obiezione assurda”.

Ma è una preoccupazione giusta. Perché lei s’immagina l’effetto che farebbe veder cadere le imputazioni per i fiancheggiatori delle mafie?

“Guardi, ho già detto prima che riscrivere il concorso esterno non vuol dire smantellarlo e renderlo inefficace. I magistrati sanno che si può argomentare sulla persistenza dell’illecito anche nel caso di una modifica legislativa che non comporta, quindi, il fallimento dei processi in corso. Io capisco le preoccupazioni dei magistrati perché ognuno difende il suo lavoro. Loro vanno in allarme per la tenuta dei processi e preferiscono disporre di uno strumento duttile e servizievole, com’è il concorso esterno nella versione attuale. Ma c’è un’altra anima della giustizia penale, quella che esige di rispettare i principi costituzionali della riserva di legge, della sufficiente determinatezza della fattispecie, della prevedibilità della distinzione tra condotte lecite e illecite”.

Già, questa è la sua impostazione giuridica, ma qui parliamo di fiancheggiatori della mafia che possono uscire dal carcere...

“L’attuale genericità del concorso esterno non consente di comprendere bene in anticipo quali possano essere le condotte punibili a titolo di concorso e quelle legittime. Questo contravviene a un diritto riconosciuto dalla Corte europea dei diritti umani di essere posti in condizione di prevedere in anticipo il rischio penale. La genericità del concorso esterno dà ai magistrati uno strumento duttile, ma che consente di muovere imputazioni molto labili, incerte e spericolate, che talvolta sfociano in un nulla di fatto”.

I pm antimafia dicono che se dovesse cambiare il concorso i processi aperti potrebbero morire...

“Ma qui non sappiamo neppure quante indagini importanti e ben congegnate esistano. E poi, glielo ripeto, c’è la possibilità di ragionare in termini di continuità del tipo di illecito, per cui una modifica legislativa non comporterebbe automaticamente in ogni caso l’azzeramento, e i magistrati lo sanno bene”.

Allora perché c’è una levata di scudi e la stessa Maria Falcone chiede di fermarsi?

“Il potere di fare leggi è forse bloccato dal “paradigma vittimario” che ferma la libera determinazione di fare le leggi scritto nella Costituzione? È forse scritto nella Carta che il parere delle vittime può bloccare il Parlamento?”.

Quindi lei consiglia all’attuale governo di seguire la linea Nordio?

“Io suggerisco e consiglio molta prudenza, perché l’intervento sul concorso esterno non rientra nel programma del governo sulla giustizia e viste le reazioni del fronte avverso inserire questa modifica aggraverebbe la già grave nevrosi politico-istituzionale determinata dal conflitto tra politica e giustizia”.

Chiede al governo di fermarsi?

“Per il momento non insisterei sulla modifica perché ci vuole molta perizia e molta maestria nel farla. Si tratterebbe di riscrivere il concorso per renderlo più garantito, ma anche più efficace ed efficiente sul piano della prevenzione e della repressione delle condotte contigue. Riuscire nel miracolo di bilanciare, in modo equilibrato, le due esigenze di fondo presuppone una perizia normativa e un livello di competenza tecnica che non è facile raggiungere, a maggior ragione in questo momento. Io ho sempre detto, in linea teorica, che il Parlamento dovrebbe responsabilizzarsi nel fissare i presupposti del concorso e nel definire in modo più puntuale le condotte di sostegno esterne all’organizzazione”.

E perché ora ritiene che non sia il momento di farlo?

“Ho sempre chiuso i miei interventi dicendo in conclusione: meglio che sia la Corte di Cassazione a cercare di migliorare progressivamente per via giudiziaria la tipizzazione del concorso, piuttosto che disporre di una norma parlamentare mal congegnata, costruita in modo poco chiaro ed equivoco. Per il clima di forte contrapposizione e aggressività che vedo, dubito che vi siano adesso le condizioni di contesto perché il Parlamento possa esitare una nuova norma che sia soddisfacente ed appagante sul piano del garantismo e dell’efficacia preventivo-repressiva, cioè le due anime della giustizia penale che vanno tenute sempre in equilibrio”.