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di Elena Loewenthal

La Stampa, 15 novembre 2023

Se non fosse che è tutto vero sarebbe un teatro dell’assurdo. Se non fosse che in questa paradossale ma anche e soprattutto drammatica vicenda c’è in gioco la vita di tante persone - adulte e bambine. Ci sono, loro malgrado, chiamate in causa tante famiglie, e in fondo non è vero quello che dice Tolstoj su quelle felici che sono sempre uguali mentre quelle infelici lo sono ciascuna a modo suo. Ogni famiglia, beata o tragica che sia, è una storia a sé. Ma quelle trentatré più sei registrate negli ultimi mesi a Padova raccontano oggi, purtroppo, qualcosa in più - anzi in meno - di quella storia a cui ogni famiglia avrebbe diritto.

A giugno scorso, infatti, la procura della città veneta aveva deciso di impugnare tutti gli atti di nascita registrati da coppie omogenitoriali formate da due donne dal 2017 in avanti. Una presa di posizione, da parte della procuratrice Valeria Sanzari, gravida di conseguenze pesanti per quelle madri e quei bambini e bambine che erano già una famiglia magari da anni e che si ritrovavano precipitate in una specie di baratro d’incertezza, come una faglia nera nel loro diritto di essere, crescere, volersi bene. In quella crepa burocratica, insomma, una madre si configura come la “partoriente” mentre l’altra è costretta ad avviare le lunghe e non di rado tormentose pratiche di adozione per poter essere riconosciuta ufficialmente in quanto madre. Di rado la burocrazia e la legge si dimostrano così lontane dalle realtà, dalla vita e dagli affetti, come in questi casi.

Fatto sta che ora la procuratrice Sanzari è stata promossa e trasferita a Venezia, e colei che l’ha sostituita, Maria D’Arpa, pare più vicina alle istanze delle famiglie arcobaleno. Per questo ha sospeso la procedura e scelto di procedere con la richiesta di legittimità alla Corte Costituzionale e appurare se l’esclusione delle coppie lesbiche dalle leggi che regolano il riconoscimento dei bambini nati con fecondazione assistita vada contro i principi della nostra Carta.

Il che sarebbe, anzi è, un indubbio passo avanti nel lungo, tortuoso e incerto cammino verso una doverosa cognizione di questi diritti e l’esercizio di quel senso di responsabilità sociale, culturale e giuridica che imporrebbe un allineamento fra realtà e diritto, fra quello che la gente è, vive, pensa e crede e quello che sta o non sta scritto nelle nostre leggi. Però, pensare che nel nostro Paese ci si debba accontentare di una battuta d’arresto come passo avanti nel riconoscimento di certi diritti è davvero molto triste. Deprimente. Ben vengano, certamente, battute d’arresto in questa direzione. Ma non basta.

Fatto sta che quelle trentatré più sei famiglie formate da coppie di donne con figli (come si diceva una volta, stato civile: coniugato/a con figli) si ritrovano per l’ennesima volta in un limbo giuridico, in uno stagno di acque immote in cui non avvengono quasi mai decisioni ma quasi sempre e soltanto sospensioni, rimbalzi e note a margine che poco o nulla hanno a che vedere con la vita vera. La loro, di coppie omosessuali, e anche la nostra, di noi che stiamo a guardare e sgraniamo sconcertati gli occhi perché per una volta tanto non dovrebbe essere così difficile praticare l’esercizio per lo più scomodo di mettersi nei panni degli altri, anzi delle altre. Di queste madri che giorno per giorno tirano su i loro bambini, proprio come noi che stiamo a guardare, e ogni giorno che passa si portano addosso un grammo in più di disillusione e fors’anche di rassegnazione e si perdono un pizzico di speranza di vedere diventare adulti i loro figli in una società rispettosa dei diritti propri e altrui.