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di Carla Chiappini*


Ristretti Orizzonti, 13 gennaio 2022

 

Leggo con interesse che il Capo Dipartimento nell'audizione alla Commissione Giustizia della Camera auspica che diventi strutturale e organizzata la domanda culturale che sale dalle carceri; mi sembra finalmente un'apertura nei confronti di tanti professionisti quasi sempre impegnati a titolo gratuito negli Istituti del nostro Paese.

Ma immediatamente mi accorgo che si parla solo ed esclusivamente di attività teatrale quasi che il teatro sia l'unica forma culturale riconosciuta all'interno delle carceri e questo francamente mi arriva come un pugno nello stomaco. E, a essere sincera, anche come una perturbante stranezza del sistema.

Il teatro sì, sempre e comunque ma la lettura no, la scrittura no, la musica no e nemmeno quel faticoso lavoro di redazione, di informazione, di discussione che da molto più di dieci anni conducono testate quali Ristretti Orizzonti di Padova, Carte Bollate di Milano-Bollate, L'Oblò di San Vittore, Spazio di Bergamo...

Esclusi anche i percorsi di approfondimento sulla Costituzione, sulle tante professioni religiose presenti nel nostro Paese e all'interno delle carceri o di avvicinamento alla cultura e alla pratica della mediazione.

Se non fosse che è vero, sembrerebbe effettivamente un coup de theatre. Tutta l'attività teatrale promossa "a prescindere", tutto il resto bocciato. Mi sembra una visione molto miope e discriminatoria e mi suscita domande a cui non riesco a dare risposta. Forse perché una risposta chiara non c'è.

Oppure ce ne sono tante ma più che risposte potrebbero essere semplicemente altri dubbi. Forse perché l'attività teatrale è più tranquillizzante per un'organizzazione ancora molto verticistica e chiusa come il carcere? Perché 'l'urlo teatrale' provoca la catarsi ma non si ferma ad analizzare la realtà? O perché il teatro è una fantastica vetrina per tutti e quindi anche per l'istituzione?

Non lo so e non desidero nemmeno entrare in un'odiosa competizione tra professioni e arti che godono di uguale dignità, qualora siano condotte da persone in possesso di serie e comprovate competenze. Questa e soltanto questa mi sembra la linea di demarcazione. Il resto pare davvero un limite culturalmente insostenibile.

 

*Giornalista, responsabile della redazione di Ristretti Parma