di Tommaso Ponzi
Il Sole 24 Ore, 11 aprile 2026
Un viaggio in cinque puntate dentro gli istituti penali minorili attraverso le voci dei ragazzi detenuti, degli educatori e degli operatori. Tra prevenzione, carenze strutturali e percorsi di reinserimento, emerge il ritratto di un sistema complesso e spesso invisibile. Raccontare un mondo troppo spesso deformato da narrazioni parziali, restituendone invece la complessità: storie di caduta e di rinascita, dentro e fuori le mura degli istituti penali minorili. È questo il cuore di “Figli nostri”, il podcast originale di Radio24 che attraversa gli Istituti Penali per i Minorenni (Ipm) italiani, dando voce agli adolescenti e ai giovani adulti che hanno commesso un reato.
Il progetto si sviluppa in cinque puntate costruite sulle testimonianze dirette dei ragazzi detenuti, degli educatori e degli operatori del sistema penitenziario e delle comunità. Un racconto corale, che prova a illuminare ciò che resta spesso invisibile. A guidare l’ascolto sono le giornaliste e conduttrici di Radio 24 Livia Zancaner e Maria Piera Ceci, che accompagnano il pubblico oltre cancelli e porte blindate, dentro luoghi raramente accessibili allo sguardo esterno. Napoli, Bologna, Milano, Roma e Palermo diventano così le tappe di un itinerario fatto di storie personali, silenzi e dati, necessario per comprendere chi sono davvero questi giovani e per interrogarsi sulle responsabilità collettive. Perché, in fondo, sono anche loro “figli nostri”.
Il confronto alla comunità Kayros - Presentato giovedì 9 aprile a Vimodrone, alle porte di Milano, presso la comunità Kayros, il podcast è stato al centro di un confronto che ha coinvolto operatori della giustizia, istituzioni e mondo educativo. Con le autrici hanno discusso don Claudio Burgio, fondatore della comunità Kayros e cappellano dell’Ipm Cesare Beccaria di Milano; Paola Ortolan, presidente del Tribunale per i Minorenni di Milano; Luca Villa, procuratore presso lo stesso tribunale; la senatrice Simona Malpezzi e i rapper Francesco “Kento” Carlo e Luca “Lucariello” Caiazzo.
Il rap come strumento educativo - Da anni impegnati in laboratori di scrittura rap all’interno degli Ipm italiani, Kento e Lucariello hanno raccontato il valore della musica nei percorsi di reinserimento. “Il rap è mettere in mano una penna a chi spesso non l’ha mai usata”, ha spiegato Kento. “Lì ci sono ragazzi uguali ai nostri figli: pieni di energia, di sogni, di voglia di fare. È un lavoro che ci restituisce più di quanto diamo”, ha aggiunto Lucariello, che nei mesi scorsi ha realizzato un singolo con due giovani detenuti dell’Ipm di Benevento.
Giustizia minorile tra prevenzione e carenze strutturali - “Il sistema fallisce perché non si fa prevenzione”, ha osservato Paola Ortolan, presidente del Tribunale per i Minorenni di Milano, sottolineando come gli interventi dovrebbero partire fin dall’infanzia, attraverso un’educazione di qualità e relazioni affettive più solide. Nel dibattito è emerso anche il tema dell’aumento dei reati commessi da minori, a cui non corrisponde un adeguato incremento di posti nelle strutture e di personale educativo. “Il sovraffollamento crea una situazione complessa nelle carceri minorili”, ha spiegato Luca Villa, procuratore presso il Tribunale per i Minorenni di Milano.
Le criticità riguardano anche il sistema esterno: “Mancano le comunità e sono sempre più lontane - ha aggiunto - con il rischio che i minori vengano collocati anche a migliaia di chilometri”. Sul piano normativo, è stato infine richiamato il decreto Caivano: “Non ha fatto diminuire i reati, a dimostrazione che le politiche securitarie non producono automaticamente una riduzione della criminalità”.
Ascoltare i giovani per prevenire - Cogliere il disagio prima che sfoci nel reato resta una delle sfide più complesse. “Non è così scontato riuscire a intercettare i ragazzi prima che finiscano in un carcere minorile”, ha osservato don Claudio Burgio. La prevenzione, ha spiegato, passa innanzitutto dalla capacità degli adulti di riconoscere i segnali, spesso silenziosi, che emergono nei contesti quotidiani: nelle classi, nei gruppi, nelle relazioni tra pari. “Quello che possiamo fare è essere presenti, attenti alle dinamiche che si creano”. Un richiamo diretto alla responsabilità educativa degli adulti, dentro e fuori la scuola: “Fondamentalmente - ha concluso - noi adulti dobbiamo esserci”.











