di Simonetta Sciandivasci
La Stampa, 28 novembre 2025
Il potere comincia quando l’uomo (maschio e femmina: l’essere umano) dice: “È mio”. Il Signore degli Anelli, caro alla variopinta destra di governo, è la storia di uomini e mostriciattoli che, uno dopo l’altro, ammaliati dall’anello del potere che li fa sospirare e dire “è mio, il mio tesoro”, fanno guerre e scelleratezze solo per poterselo accaparrare, infilare al dito, e usarlo per fare qualunque cosa, illudendosi di esserne padroni, senza rendersi conto di esserne schiavi. Tolkien, per quasi mille pagine, non racconta che questo: lo sconquasso che succede quando qualcuno o qualcosa dice “è mio”.
Noi diciamo “è mio” di tutto: della persona che amiamo, del Paese che abitiamo, del corpo che abbiamo, e naturalmente dei figli che mettiamo al mondo. Da giorni, la vicenda della “famiglia del bosco”, ci porta a chiederci di chi siano i figli, se dei genitori o dello Stato o di tutti e due, e, se di tutti e due, con quali limiti per gli uni e per l’altro, come se i genitori e lo Stato fossero un marito e una moglie che hanno appena divorziato e devono dividersi il tempo da trascorrere con i bambini che hanno generato insieme. E, presi da questa finissima disquisizione, dimentichiamo che ci siamo tempo fa dotati di una norma che taglia la testa al toro e stabilisce che i figli non sono di nessuno, né dello Stato, né della famiglia: dal 2012 è stato eliminato l’istituto della potestà genitoriale, introdotto dal Diritto di Famiglia del 1975, quello che stabilì la parità tra i coniugi abolendo la patria potestà. Dal 2012, al posto della potestà genitoriale, è stata introdotta la responsabilità genitoriale, che deve essere improntata a mantenere, educare, istruire e assistere moralmente i figli, tenendo conto delle loro capacità, inclinazioni e aspirazioni.
Che bella cosa sono, a volte, le norme: io vorrei un artista, una musicista, una scrittrice (Nora Ephron o Dorothy Parker, se solo fossero vive) che raccontassero con parole non giuridiche ma carnose e vivaci che uno dei comfort della democrazia è che a volte pensa al posto tuo, che non sempre devi prendere tu decisioni, che non sempre la cosa giusta o migliore dipende da te: a volte, quando non sai deciderti perché non puoi deciderti, lo Stato ti aiuta a farlo. Non significa che tutte le leggi e tutte gli istituti di cui lo Stato si dota siano giusti, eterni, immodificabili, naturalmente, ma nel caso specifico come possiamo recidere completamente il grandioso buon senso che ha fatto decidere alla nostra collettività che i figli sono soggetti di diritto e che la sola cosa che noi possiamo fare, da genitori e società che vivono con loro, è aiutarli a diventare chi sono?
Quando lo abbiamo deciso, sapevamo che c’è un solo modo per aiutare qualcuno a diventare chi è: farci da parte. Fare il genitore è difficile per molte ragioni, la più colossale delle quali è cercare di trasmettere codici di interpretazione della realtà senza imporne una. La scuola, da questo punto di vista, è uno spazio neutro, dove ogni bambino riceve un’istruzione che lo rende cittadino, e non figlio di qualcuno o di qualcosa: cittadino, e non erede. Tanto la scuola (quindi lo Stato) quanto la famiglia sono, nei confronti dei bambini, responsabili, e non padroni: tra loro deve esistere una relazione equilibrata, che miri non a suddividersi gli spazi di intervento ma a far germogliare nuovi individui liberandoli il più possibile dalla loro impronta. Magda Szabò, una delle più grandi scrittrici ungheresi, ha scritto che i figli vanno civilizzati, non educati. Mi rendo conto di quanto sia difficile accettare tutto questo nel Paese del familismo amorale, dove la famiglia è una cosca che si pensa enclave, ma invito a riflettere sul fatto che tra le ragioni per cui non si fanno più figli c’è anche che le madri e i padri sono soli, isolati, ignorati da una società assurdamente convinta che un bambino sia figlio solo di chi lo mette al mondo, e non del villaggio che lo vede crescere.











