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di Francesco Radicioni

 

La Stampa, 13 maggio 2019

 

Tre anni dopo aver varcato il portone del palazzo Malacañang Rodrigo Duterte spera di replicare alle urne il successo che lo ha portato a essere il presidente delle Filippine più controverso fin dai tempi della dittatura di Ferdinando Marcos.

Oltre sessanta milioni di elettori sono chiamati oggi al voto per eleggere migliaia di rappresentanti a ogni livello: dalle amministrazioni locali fino alla metà dei seggi della Camera alta del Parlamento di Manila. "Una storica battaglia contro il ritorno della tirannia", ha definito queste elezioni la senatrice Leila de Lima, una delle voci più critiche di Duterte finita in carcere nel 2017 con accuse che i suoi sostenitori definiscono "politicamente motivate".

Se il voto di oggi viene interpretato come un referendum sulla popolarità dell'ultimo uomo forte delle Filippine, le opposizioni temono che il risultato delle elezioni di midterm sarà un nuovo colpo per le fragili istituzioni democratiche del paese.

Finora il Senato delle Filippine è stato l'ultimo bastione di resistenza alle politiche più controverse annunciate da Duterte: la riforma dell'architettura istituzionale del paese in senso federalista, la reintroduzione della pena di morte, la sanguinosa guerra alla droga. Il "salvatore" Dopo che negli scorsi mesi c'era stata una leggera flessione del consenso, gli ultimi sondaggi del Sws indicano però che la popolarità di "The Punisher", il "castigatore" in italiano, è tornata a salire: il 79% dei filippini si dice "soddisfatto" della sua leadership.

"In un arcipelago di 108 milioni di persone - di cui un quarto vive al di sotto della soglia di povertà - Duterte ha presentato se stesso come un salvatore", così un diplomatico europeo spiega il successo del leader filippino. In un sistema politico dove a contare è più il carisma personale che la forza dei partiti tradizionali, secondo gli analisti ci sono pochi dubbi che la popolarità di Duterte trascinerà consensi verso i candidati al Senato fedelissimi al presidente: il braccio destro Bong Go e l'ex-capo della polizia Ronald de la Rosa.

In un nuovo tentativo di legittimare il clan di Ferdinando Marcos, in lista per un seggio c'è anche Imee Marcos, figlia dell'uomo forte nelle Filippine negli anni 70 e 80.

"È tempo di seppellire il passato", ha detto una volta Duterte. A caccia di un seggio Secondo un recente sondaggio di Pulse Asia, solo uno tra i candidati dell'opposizione - Bam Aquino - ha qualche chance di conquistare uno dei 12 seggi del Senato per cui si vota oggi.

Nonostante il rallentamento della crescita economica, l'aumento dell'inflazione e la violenta guerra alla droga che ha provocato migliaia di morti nel Paese, il messaggio populista e machista di Rodrigo Duterte continua ad attrarre consensi. A poco valgono le denunce delle opposizioni sulle violazioni dei diritti umani e sul clima d'intimidazione verso la stampa, così come sul rischio che Manila possa voltare le spalle allo storico alleato americano per guardare sempre di più a Pechino e Mosca.

"Ha presentato se stesso come un uomo del popolo, un outsider che non tollera gli oligarchi corrotti e le élite dinastiche di quella che definisce la Manila imperiale", scrive Jonathan Miller in "Rodrigo Duterte: Fire and Fury in the Philippines". "Molta gente morirà" Può apparire paradossale per un leader arrivato al potere scagliandosi contro le iniquità sociali, ma i sondaggi di Sws evidenziano anche che - da settembre 2016 a oggi - il consenso per l'uomo forte delle Filippine è cresciuto di 15 punti tra le classi più agiate, mentre è diminuito tra i più poveri.

"Sono stati proprio i più poveri tra i poveri le principali vittime delle migliaia di omicidi extragiudiziali", spiega Celito Arlegue del Council of Asian Liberals and Democrats. Fin dal suo ingresso al Malacañang, Duterte ha promesso di estendere a livello nazionale il modello adottato da sindaco di Davao: una feroce campagna contro la criminalità, ma soprattutto contro spacciatori e consumatori di shabu: le metanfetamine che aiutano a combattere fame e fatica.

"Molta gente morirà", aveva promesso. Così è stato. Secondo le organizzazioni per i diritti umani, le vittime di queste esecuzioni sommarie sarebbero oltre 20mila: uccise brutalmente da vigilantes negli slum di Tondo e delle altre baraccopoli del paese. "Nonostante la retorica - continua Arlegue - i poveri non sono mai stati una priorità per Duterte".