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di Valerio Sofia


Il Dubbio, 6 giugno 2020

 

Tutti gli omicidi extragiudiziari del presidente. L'uomo forte di Manila ha sempre rivendicato il diritto a uccidere i trafficanti di droga. sarebbero 25mila le vittime delle squadre della morte. Una specie di botta e risposta indiretto tra il governo delle Filippine di Rodrigo Duterte e le Nazioni Unite.

Mentre il presidente fa approvare una ulteriore stretta sulle politiche di sicurezza, dall'Onu arriva un rapporto su quello che la strategia di Duterte è costato all'arcipelago n termini di diritti umani e anche di vite. La Camera Bassa del Parlamento di Manila ha approvato a larga maggioranza una legge già approvata dal Senato secondo la quale in nome dell'antiterrorismo diventano legali l'arresto senza giustificazione e la detenzione per 14 giorni di sospetti "terroristi".

Il termine "terrorista" dovrà essere definito da un nuovo Consiglio antiterrorismo che potrebbe avere anche il potere di ordinare gli arresti senza l'intervento di un giudice. Sono poi previste pene da 12 anni di reclusione fino all'ergastolo per chiunque proponga e partecipi - o anche solo inciti - alla pianificazione o all'addestramento di un "attacco terroristico".

Nel mirino di Duterte ci sono gli insorti che ancora animano la guerriglia jihadista e il rapimento di missionari cattolici in alcune isole filippine, come i ribelli islamici di Abu Sayyaf che più di una volta hanno lavorato in "franchising" con l'Isis o con al-Qaeda.

Ma anche e forse soprattutto i trafficanti di droga (che nella filosofia di Duterte non vengono distinti dagli utilizzatori) contro i quali il presidente ha dichiarato una violenta guerra fin dall'inizio del suo mandato. Ma quello che temono le opposizioni e le organizzazioni dei diritti umani è che la vaghezza della definizione dei "bersagli" a fronte di un evidente e considerevole aumento delle potenzialità repressive diventi uno strumento diretto verso gli oppositori.

Proprio nelle stesse ore l'Ufficio Onu per i diritti umani di Ginevra presieduto da Micelle Bachelet ha pubblicato un rapporto completo, il primo dopo anni di denunce, sulla controversa campagna di Duterte per sradicare le droghe illegali ufficializzata nel 2016 quando è stato eletto Capo di Stato ma portata avanti anni prima quando rivestiva il ruolo di governatore dell'isola di Mindanao, il "laboratorio" delle sua idea repressiva di azione politica.

Duterte non ha mai nascosto che ritiene lecito e utile ricorrere a qualsiasi mezzo nella sua campagna per fermare il traffico di stupefacenti, il che include la licenza di uccidere per le forze di polizia. E infatti il bilancio ufficiale delle operazioni dei corpi speciali delle forze dell'ordine conta fino ad ora l'uccisione di almeno 8.600 persone.

Ma secondo varie fonti la cifra reale si attesterebbe intorno al triplo di quella dichiarata. Il rapporto delle Nazioni Unite denuncia soprattutto la persistente impunità di cui godono gli esecutori di omicidi extragiudiziari che non riguardano solo persone legate al mondo della droga, ma anche rappresentanti delle associazioni per i diritti sociali ed umani rei di criticare la linea di tolleranza zero dell'uomo forte di Manila. Il rapporto dell'Onu parla anche di "insormontabili barriere per accedere alla giustizia" da parte delle vittime e dei loro parenti.