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di Sarah Martinenghi

La Repubblica, 21 novembre 2023

“Filippo è un uomo come me”. Il post del “Cerchio degli uomini”, associazione torinese che “rieduca” stalker e uomini violenti, lancia un messaggio forte, di identità e di denuncia, per far riflettere sull’origine del problema: la cultura “maschilista e patriarcale che permea ogni anfratto della nostra società”. Roberto Poggi, vicepresidente del Centro, riflette sul femminicidio di Giulia Cecchettin: “Anche questo caso è figlio di una cultura della prevaricazione, “dell’io valgo se sono più di te”. Uccidere la ragazza che si laurea prima di me non è che espressione di fragilità, del fatto che io debba controllarti perché se tu te ne vai, io non sono più niente e resto nel vuoto”.

Colpisce la giovane età di Filippo Turetta. La cultura patriarcale non è una questione generazionale?

“Lo stereotipo dell’uomo maltrattante come quello che emerge nel film di Paola Cortellesi dell’uomo forte, in canottiera, che ha fatto due guerre, che alza le mani sulla moglie, non è più di moda. Ma il problema è che il maschilismo è pervaso da una fragilità che l’uomo non può ammettere, dovuto a una condizione di analfabetismo affettivo, sentimentale e relazionale. È il mito dell’uomo che non deve chiedere mai e continuerà se ci si basa sui valori del dover essere forti e dell’avere paura”.

Perché incide la paura?

“Il discorso riguarda anche quello che sta avvenendo: le guerre. Ed è una questione politica, di scelte che vanno in questa direzione, come l’ipotesi di reintrodurre la naia o la corsa al riarmo, decisioni che sostengono un’identità fragile, che fa leva sulla paura. Continuando così, nonostante il percorso di cambiamento che è in atto da anni, si rischia solo di implodere”.

Il tema della violenza di genere è sentito e affrontato. Eppure i numeri continuano ad aumentare. Come mai?

“Se ne parla tanto, è vero, ma i numeri ci dicono che il 30 per cento delle donne ha subito una violenza (fisica o psicologica). Credo sia dovuto al fatto che l’emancipazione femminile è occasione per troppi uomini che restano indietro, di crisi, di perdita del contatto con se stessi”

È comunque un problema di educazione?

“Certo, se i ragazzi vengono educati in famiglie che li fanno sentire “super”, di fronte alla realtà di una donna che non sta nei canoni di subordinazione, entreranno in crisi. O la risolvi, o esplodi. La cultura di oggi, lo vediamo con i social, è quella dell’apparire, sottoprodotto della cultura della prevaricazione e della competizione”.

Come affrontate tutto questo nei vostri incontri?

“Portiamo gli uomini a comprendere le ragioni che li hanno portati all’agire violento. Quando arrivano da noi, spesso perché gliel’ha imposto il giudice, quasi sempre tendono a minimizzare: “ho alzato le mani su mia moglie però è colpa sua”, “mi ha denunciato, ma perché vuole avere i bambini con sé”. Da queste iniziali negazioni li portiamo a comprendere quale sia il problema precedente. Se emerge l’origine della sofferenza, allora c’è possibilità di reale cambiamento”.

Quali sono i risultati concreti che ottenete?

“Fino a due anni arrivavano da noi uomini per loro scelta. Con il codice rosso, i corsi (33 incontri per due ore a settimana) sono imposti dal giudice e quindi spesso arrivano controvoglia, con un inizio traumatico. La casistica ci dice che il 15-20 per cento degli uomini fa un cambiamento sostanziale in meno di un anno, non cadranno in recidiva nel commettere violenze fisiche, saranno rare quelle psicologiche. Per un altro 15-20 per cento, aver frequentato i nostri gruppi sarà come se nulla fosse: su di loro non abbiamo aspettative. mentre il 60-70 per cento si mette comunque in discussione: si è innescato il processo di svolta. Altri atti di violenza saranno rari. ma c’è bisogno di tempo, a volte di 2 o 3 anni. Da marzo però diventerà obbligatorio in tutti i centri che i corsi durino almeno un anno”.