di Paolo Valentino
Corriere della Sera, 15 luglio 2025
La guida dell’Unhcr: i controlli attuali non bastano, serve un vero sistema di salvataggio continentale. “Sono stato a Lampedusa e sono rimasto bene impressionato dall’ottima gestione dell’hotspot, che ora è stato affidato dal governo alla Croce Rossa. E l’ho detto al ministro Piantedosi, auspicando che sia d’esempio per altri centri in Italia. Durante la visita ho anche ricordato che il meccanismo dei salvataggi in mare in parte funziona, ma pure che il numero dei morti resta drammatico: 500 nel 2025 su questa rotta, il che può essere ovviato solo da un vero sistema europeo di salvataggio, più robusto e coordinato”. Filippo Grandi è l’Alto commissario dell’Onu per i rifugiati. A Roma per la Conferenza sulla ricostruzione dell’Ucraina, ha incontrato anche il presidente della Repubblica Sergio Mattarella.
Cosa la preoccupa di più?
“L’Europa giustamente investe a monte, sui controlli, ma questo da solo non stabilizzerà i flussi. Occorre invece affrontare i problemi a valle: accoglienza e integrazione. Bisogna anche investire nelle opportunità per queste persone, lungo le rotte. Tanti non andrebbero oltre, se nel cammino trovassero queste opportunità. Che poi è la vera intuizione del Piano Mattei proposto dal governo Meloni. Ma deve diventare un piano europeo, l’Italia da sola non può fare la differenza”.
I numeri degli arrivi sulla rotta Mediterranea hanno ripreso a crescere...
“Sì, ma per il momento siamo ancora a livelli non allarmanti. Il punto è che la situazione in Nord Africa è critica. La Libia è di nuovo più instabile, l’equilibrio fra le varie tribù e fazioni è fragile. Aumenta l’apprensione nostra e degli altri osservatori presenti. C’è un indurimento verso rifugiati e migranti, è più difficile avere accesso o toglierli dai centri di detenzione. L’esperienza ci dice che in momenti come questo il potere è più disgregato e le difficoltà crescono”.
Ci sono altre situazioni difficili in Nord Africa?
“Sicuramente la Tunisia, con cui pure in passato abbiamo collaborato bene anche quando è stata investita da flussi gravi. L’indurimento è ancora più forte che in Libia. Hanno paura di diventare un Paese di afflusso e quindi hanno stretto le viti. Non ci lasciano più registrare i richiedenti asilo. Abbiamo accesso irregolare alle persone bisognose di attenzione. Ci sono stati anche respingimenti verso Libia e Algeria. Difficile avallare la nozione della Tunisia come “Paese terzo sicuro”.
La catastrofe umanitaria nel Sudan continua?
“In Sudan c’è una guerra che non abbiamo saputo fermare e milioni di rifugiati in fuga. A Lampedusa ho incontrato alcuni ragazzi sudanesi, in particolare uno che mi ha raccontato la sua storia: studente a Karthoum, guerra, fuga verso Ovest in Ciad, dove l’assistenza sanitaria per un milione di profughi dal Sudan è decimata dai tagli agli aiuti umanitari da parte di Usa e altri Paesi europei. In questi casi, arriva subito il trafficante che offre loro di andare in Libia dove ci sono oggi 300 mila sudanesi”.
Che messaggio viene dal punto di vista dei profughi dalla Conferenza sull’Ucraina?
“Positivo. Ma il discorso sull’Ucraina è diventato così politico e militare che rischiamo di mettere in ombra la dimensione umana. I miei colleghi passano la maggior parte del tempo nei bunker e con loro gli ucraini, almeno quelli che dispongono di un rifugio. La nostra attività ha subìto meno impatto che altrove, perché i fondi europei restano sostanziali. Uno dei meriti della Conferenza è stato che si è discusso del ritorno dei rifugiati, o almeno di una parte di essi. Si è riconosciuto che senza ritorno la ricostruzione sarà difficile. L’Ucraina ha bisogno che i suoi 3,5 milioni di rifugiati interni e 4 milioni all’estero ritornino, ma occorre che la guerra finisca. Poi bisognerà organizzare bene il ritorno per assicurare un futuro al Paese. La protezione temporanea accordata in Europa difficilmente verrà prolungata oltre il 2027, quindi occorrerà saper gestire la transizione verso una situazione ibrida tra ritorni e diaspora, capace di sostenere anche la ricostruzione. Il governo di Kiev ha approvato una legge che consente la doppia nazionalità, mi sembra lungimirante”.
123 milioni di rifugiati nel mondo, il sistema scoppia. Bisognerebbe cambiarlo, come sostiene l’”Economist”?
“Le fondamenta restano buone: ci sono persone che continuano a fuggire dalla guerra o dalle persecuzioni. I principi del 1951 sono validi ancora oggi. È il “come si fa” che dev’essere continuamente aggiornato. Su questo abbiamo lavorato molto. Poi c’è la questione fondamentale: chi si muove non sono più i dissidenti che nel 1951 fuggivano da Stalin. Oggi le persone si muovono a ondate e per una quantità di ragioni”.
Ma è possibile mantenere la distinzione tra rifugiati e migranti economici?
“È possibile farlo con i giusti sistemi. È vero che i migranti economici spesso abusano del sistema d’asilo. Ma se si vuole alleggerire la pressione su quest’ultimo, occorre lavorare su quello migratorio. Il decreto Flussi è una cosa positiva: stabilisce una quota migratoria annuale che consente alle persone di muoversi non attraverso i canali dell’asilo, ma quelli regolari. Certo, siamo ancora a cifre insufficienti. Questo aiuta a separare le due cose. Emma Bonino lo diceva sempre: il problema non sono i rifugiati, sono i migranti: da come gestiremo la migrazione economica dipende la possibilità di salvare il sistema del diritto d’asilo che è ancora necessario. Tutto questo implica però una direzione, che non è quella di ridurre gli aiuti internazionali, semmai di renderli più strategici. I tagli indiscriminati di questa fase non aiutano”.











