di Paolo Valentino
Corriere della Sera, 21 dicembre 2025
L’Alto commissario dell’Onu per i rifugiati: “Il Sudan è la prima emergenza, ma l’Europa è assente nonostante subirà le conseguenze maggiori di questa crisi”. “Viviamo in un mondo incapace di far la pace”, dice Filippo Grandi nella sua ultima intervista da Alto commissario dell’Onu per i Rifugiati. Il diplomatico italiano lascia l’incarico dopo dieci anni vissuti nella tormenta, scanditi da crisi umanitarie senza precedenti per dimensione e virulenza. Dal 2015, l’anno del suo insediamento, a oggi, il numero dei rifugiati nel mondo è raddoppiato fino a salire a 117 milioni.
Ha scelto di fare il suo ultimo viaggio da Alto commissario in Sudan, dove aveva svolto il suo primo incarico per le Nazioni Unite all’inizio della sua carriera. Un cerchio che si chiude ma anche un modo per rifocalizzare l’attenzione su una guerra dimenticata?
“Quella in Sudan è la più grande crisi umanitaria in corso oggi nel mondo, come estensione geografica e come numero di persone che ne soffrono. È una crisi molto pericolosa, in un Paese enorme spaccato a metà dal conflitto sanguinoso tra esercito governativo e milizie, posto in una zona strategica tra il Corno d’Africa e il Nord Africa. C’è un rischio crescente di contagio, con un potenziale impatto devastante su Paesi vicini molto fragili come Ciad, Etiopia, Repubblica Centroafricana, Sud Sudan e non ultima la Libia che ci interessa più da vicino. Da quasi tre anni si combatte furiosamente senza che la comunità internazionale riesca a fare qualcosa. Eppure, è un conflitto che non è impossibile risolvere e che nel suo oblio pone domande importanti soprattutto all’Europa”.
Perché soprattutto all’Europa?
“Perché è vicino ai suoi confini e nonostante questo è la più assente rispetto ad altri attori, come i Paesi del Golfo, gli Stati Uniti, l’Unione Africana. Parliamo di 4,3 milioni di rifugiati nei Paesi limitrofi e oltre 7 milioni di sfollati. Nessuno sa con esattezza quanti profughi dal Sudan siano già in Libia, ma noi stimiamo almeno 400 mila. Qualche mese fa sono stato in Ciad e ho visitato l’area dove operano i trafficanti. Anche a causa dei tagli agli aiuti che ci hanno costretto a ridurre l’assistenza, c’è una grande massa di persone pronta a muoversi oltre non appena ha una possibilità. Voglio dire che l’Europa, oltre a essere assente, è anche quella che rischia di subire il massimo impatto di questi spostamenti e nonostante questo riduce gli aiuti. Dopo dieci anni, rifletto su questo paradosso”.
Qual è la situazione in Ucraina sul piano dei rifugiati...
“È una situazione che dura. Ci sono quelli che sono andati in altri Paesi europei e in gran parte ci rimangono. Poi c’è questo continuo pendolo di sfollamento interno, la gente che va da una città all’altra per evitare i feroci bombardamenti russi. In questi quattro anni di visite continue, ho visto un popolo straordinario dal punto di vista della resistenza, fisica e politica. Ma fino a quando? La devastazione è continua e nell’ultimo anno è stata la peggiore. Noi siamo presenti sul campo con 320 persone”.
Lascia l’Unhcr dopo un decennio che ha visto l’Unione europea quasi trasfigurata, nei comportamenti politici e nelle percezioni collettive, dalla cosiddetta “crisi dei rifugiati”. Qual è l’eredità di questo periodo?
“La trasformazione c’è stata, ma è quasi autoinflitta. Aver voluto a ogni costo proiettare un’immagine di questi movimenti di popolazione come una crisi irrisolvibile e una minaccia, che è la retorica dei populisti, non solo non li ha fermati, ma ha reso molto più difficili le soluzioni. Certo, nel 2015 l’Europa non era pronta e la cattiva gestione dell’accoglienza ha fornito munizioni a questa narrazione negativa. Uno dei momenti più tristi di questi dieci anni è stato lo spettacolo dei capi di governo che si chiamavano al telefono la notte e litigavano per sapere chi prendeva meno rifugiati arrivati per mare in Italia, in Grecia o in Spagna”.
Il Patto europeo sull’asilo e la migrazione è una soluzione?
“E’ un compromesso, ma contiene soluzioni praticabili. Tuttavia, l’atmosfera politica è tale per cui ci sono governi, vedi l’Ungheria, che non ne vogliono sentir parlare. E quelli come la Germania che hanno paura di esporsi troppo sul piano dell’accoglienza perché questo viene sfruttato a fini elettorali dall’opposizione. Siamo in una paralisi creata dalla stessa Europa, queste crisi non sono ingestibili. L’accoglienza è costosa, è complessa, ma è possibile semplificarla, renderla più collettiva ed efficiente. Il Patto europeo è una scatola dove c’è anche molta sostanza, mancano però sei mesi alla sua attuazione e spero che non venga bloccato, anche se alcuni Paesi dovessero defilarsi”.
Ma i cosiddetti hub di rimpatrio, modello Albania, possono funzionare?
“Ci sono varie formule, alcune praticabili. Noi abbiamo elaborato e pubblicato una serie di regole per valutare se rispettano il diritto internazionale o meno. Noi non diciamo agli Stati non fate hub di rimpatrio o liste di Paesi terzi sicuri. Chiediamo solo loro di consultarci per evitare di esporre le persone a rischi di persecuzione, violenza o peggio. Ci sono modi per farlo. Classificare i Paesi come sicuri o no è una soluzione utile ma non sufficiente, ci sono persone che possono tornare in un determinato Paese e altre che nello stesso Paese sono a rischio. Ci sono procedure anche rapide per valutare i rischi ed evitare errori”.
Ma perché l’asilo è diventato un tema politico così centrale e divisivo in Europa?
“Primo perché le domande sono cresciute molto in questi ultimi dieci/quindici anni e il sistema d’asilo in Europa era stato disegnato per flussi più ridotti. Secondo perché l’Europa fa fatica a dotarsi di una politica migratoria comune. Se l’immigrazione legale, che è vitale per l’Europa, non viene regolarizzata con quote adeguate e un coordinamento tra i Paesi, il sistema d’asilo, che è cosa diversa, sarà sempre oberato da quelli che non riescono a entrare dal canale migratorio. Il terzo fattore è che è stato manipolato bassamente dai populisti che hanno stigmatizzato il rifugiato, il migrante, lo straniero che ti minaccia, ti ruba il lavoro, usa violenza, non ha i nostri stessi valori e quant’altro”.
Ma le paure reali delle persone non hanno comunque bisogno di risposte?
“Certo. Io non sottovaluto neanche per un attimo il fatto che l’aumento degli arrivi generano molta ansietà sociale. Ma questa va affrontata migliorando l’efficacia dell’accoglienza e dell’integrazione. Invece in molti Paesi i fondi destinati all’integrazione vengono diminuiti”.
A proposito di manipolazione, l’Amministrazione Trump ha messo in causa il principio stesso dell’asilo. Cosa ne pensa?
“L’Amministrazione americana ha detto che bisogna ridiscutere i fondamenti del diritto d’asilo e la Convenzione di Ginevra del 1951 che ne è il documento fondamentale, perché sostiene che questo apparto giuridico di diritti non è più adatto alla situazione contemporanea. Noi diciamo che quel corpo di principi non solo è adatto ma è anche molto attuale: c’è sempre più gente che fugge da soprusi, persecuzioni, guerre e violenze. Ciò che vanno riformati sono i meccanismi e gli strumenti, ma lo abbiamo sempre fatto. L’HCR è nato nel 1950, era un piccolo gruppo di giuristi che si occupavano di casi individuali di persone fuggite dal blocco sovietico. Poi ci fu il ‘56 in Ungheria, con 250 mila rifugiati, poi ci furono le guerre in Africa. Abbiamo sempre reinventato i modi di applicare i diritti. E bisogna farlo anche adesso, per esempio oggi valutiamo l’impatto del clima sul fenomeno migratorio. I principi restano gli strumenti si adeguano”.
Trump è sotto accusa per le espulsioni, che però sono già iniziate da tempo e avevano raggiunto il record dei 30 anni precedenti sotto Obama. Dov’è la novità allarmante?
“È vero, le espulsioni sono sempre accadute, molte volte contro il diritto internazionale, anche con le amministrazioni democratiche. Nuova è la brutalità di alcune di esse, poi la modalità disordinata: noi abbiamo dovuto aiutare Paesi dell’America centrale che ricevevano persone che avevano lo status di rifugiati e dovevano essere assistite. C’è poi un problema d linguaggio, una retorica che esalta e si vanta delle espulsioni. Questo sta danneggiando il principio dell’asilo, molti Paesi in Africa ci chiedono perché devono accogliere i profughi dalle crisi vicine se anche gli Stati Uniti, il Paese più ricco li caccia”.
Come impatta sul vostro lavoro il forte disimpegno finanziario degli Usa dall’aiuto umanitario?
“E’ abbastanza catastrofico. L’Unhcr ha gli stessi fondi del 2015, ma il numero dei rifugiati nel mondo da allora è raddoppiato salendo a 117 milioni. Il taglio è stato brutale e rapido, non solo a noi ma a tutto il sistema degli aiuti. Noi abbiamo dovuto ridurre il volume dell’organizzazione di un terzo. Il che riduce le nostre possibilità. Nell’ultimo anno, gli Stati Uniti hanno abbassato il loro contributo da più di 2 miliardi di dollari nel 2024 a circa 800 milioni nel 2025 e posso dire senza esitazioni che questo ha già causato sofferenze e perdite di vite umane. Ma non sono solo gli USA. La Germania ha tagliato il suo contributo all’HCR da 312 milioni a 149 milioni di euro, la Francia da 120 milioni a 50 milioni di euro. Mi piace ricordare che l’Italia non lo ha fatto, ha portato il suo contributo all’HCR da 61 a 70 milioni di euro e di questo sono grato al governo italiano. Certo c’è una differenza, perché i tagli americani sono frutto di una decisione politica per forzare in una certa direzione, mentre quelli europei sono dovuti a problemi di bilancio”.
Donald Trump rivendica di aver concluso la pace in otto conflitti, a cominciare da Gaza. Che pensa di questi sforzi?
“L’amministrazione Trump sta investendo in diversi processi di pace, non solo quelli più conosciuti. Penso che siano sforzi positivi e occorre incoraggiarli. Poi però queste tregue, questi embrioni di pacificazioni sono complessi, bisogna renderle sostenibili, non basta annunciarli. È un lavoro estenuante, che necessita pazienza e alleanze, per farlo occorre un apparato diplomatico che invece negli Stati Uniti è stato parzialmente smantellato”.
Che mondo si lascia dietro dopo dieci anni nei quali, come lei ha detto, il numero dei rifugiati nel mondo è raddoppiato?
“Ho detto spesso che viviamo in un mondo incapace di far la pace. Ma aggiungo che dove il conflitto si riduce, dove le armi tacciono qualcosa succede. La Siria non è perfetta, ma dopo la caduta del regime di Assad tre milioni di persone sono tornate in un solo anno. I rifugiati sono un termometro, tornano dove c’è anche solo una parvenza di pace, l’ho visto in Afghanistan, ora in Siria. Sono segnali piccoli ma significativi”.










