di Andrea Pasqualetto
Corriere del Veneto, 19 settembre 2025
Ieri il padre di Giulia Cecchettin ha commentato l’episodio del pestaggio in carcere: “Una cosa che non mi fa sentire felice”. Ci pensa, ci spera. È una speranza che corre su un filo sottilissimo che lega lui, Filippo Turetta, il carnefice, a Gino Cecchettin, il padre della vittima dell’atroce delitto, Giulia. Si chiama giustizia riparativa, un approccio diverso di espiazione della pena introdotto in Italia nel 2022 dalla riforma Cartabia che prevede il coinvolgimento diretto delle parti attraverso un percorso di pace e di ascolto e di riconoscimento della vittima e ha come fine la compensazione del danno causato.
Ora che il processo d’Appello si avvicina, il ventitreenne padovano, condannato in primo grado all’ergastolo, potrebbe chiedere ai giudici di seguire questo percorso che, va detto, non sostituisce la pena, la integra. C’è una conditio sine qua non: il consenso di Cecchettin. Cioè, la legge non vieta a Turetta di presentare comunque istanza ma lui ha deciso che lo farà solamente nel caso di consenso preventivo del padre di Giulia.
A dare impulso a questa proposta, che prevedrebbe incontri fra quest’ultimo e l’assassino di sua figlia alla presenza di un mediatore, sarebbero state le parole concilianti di Cecchettin, anche rispetto al delicato tema di questo giustizia innovativa per Turetta: “Ci vorrà del tempo ma potrebbe essere una tappa, nel momento in cui il percorso verrà fatto da entrambi, nel modo giusto. Ci deve essere un perdono sincero e un percorso riabilitativo di un certo tipo ma non lo escludo”, si era detto possibilista dopo la sentenza di primo grado, mettendo però il paletto del tempo.
E anche ieri, dopo la pubblicazione della notizia del pestaggio in carcere di Turetta, Cecchettin ha avuto parole di condanna del gesto: “Non mi fa sentire felice il fatto che sia stato aggredito perché ancora una volta vuol dire che dobbiamo lavorare... condanno questo atto, noi ci muoviamo in senso opposto”.
È successo che a fine agosto un detenuto di 55 anni, che sta scontando una pena definitiva per omicidio nel carcere veronese di Montorio, gli ha tirato un cazzotto in faccia. Si tratta di un recluso della stessa sezione, non un concellino. Sezione nella quale Turetta era stato spostato dopo essere rimasto a lungo nell’area protetta dell’infermeria che ospita anche detenuti a rischio. I legali di Turetta l’avevano detto: attenzione perché c’è da fare i conti con il codice d’onore degli istituti di pena che non vede di buon occhio, oltre a pedofili e collaboratori di giustizia, anche chi si macchia di gravi reati contro le donne. Pare che sia stato questo il movente dell’aggressione, che comunque Turetta non ha voluto denunciare.
Il giovane padovano è detenuto dal 25 novembre del 2023, quando fu trasferito dalla Germania dove era stato arrestato ai bordi dell’autostrada Monaco-Berlino, dove si era fermato con la sua Punto Nera dopo dieci giorni di fuga solitaria. L’11 novembre aveva ucciso con 75 coltellate Giulia, la sua ex. Per la Corte d’Assise di Venezia, che lo ha condannato alla pena a vita, nessun dubbio: omicidio premeditato per aver predisposto una lista di cose da fare prima del delitto. Non sono state riconosciute però le aggravanti della crudeltà e degli atti persecutori, scelta che ha spinto la Procura di Venezia a impugnare la sentenza. Mentre, dall’altra parte, i difensori di Turetta, Giovanni Caruso e Monica Cornaviera, hanno fatto appello sostenendo l’insussistenza della premeditazione. Appuntamento al 14 novembre davanti ai nuovi giudici. L’imputato spera di poterlo incontrare. La palla passa al padre di Giulia.











