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di Francesco Lai (Componente della Giunta dell'Unione Camere Penali)

 

Il Garantista, 23 gennaio 2015

 

L'espiazione della pena non può essere sinonimo di negazione di ogni relazione affettiva. Parrebbe essere questo uno dei principi sottesi al disegno di legge n. 1587 presentato in Senato alcuni giorni fa dal senatore del Partito democratico Sergio Lo Giudice, che vede tra i firmatari vari altri suoi colleghi.

Si muove dalla constatazione che il nostro ordinamento non prevede per i detenuti la possibilità di coltivare, all'interno delle mura carcerarie, dei rapporti con i propri cari che non siano sottoposti al rigido controllo visivo del personale penitenziario e che, in quanto tali, si esauriscono negli ordinari colloqui nel corso dei quali è certo possibile scambiare qualche parola, ma si è privati di quella intimità che connota ogni legame affettivo.

L'argomento è senza dubbio complesso e per affrontarlo, sia sul piano politico-legislativo che su quello morale ed etico, si dovrebbero anzitutto trovare soluzioni mediane tra due fondamentali esigenze tra loro contrapposte: da un lato quella di garantire al detenuto un contatto anche solo di poche ore al mese con il proprio coniuge o il proprio partner in un locale non controllato, di modo da eliminare la censura assoluta della sfera sessuale; dall'altro l'esigenza di un controllo degli incontri da parte degli agenti con la finalità di garantire la sicurezza all'interno degli istituti penitenziari.

L'evidente conseguenza è che la vigilanza costituisce ostacolo all'esercizio del diritto alla sessualità e, più in generale, a coltivare legami affettivi all'interno del carcere. L'esistenza di questa (in apparenza) insanabile dicotomia veniva segnalata alcuni anni fa dalla Corte costituzionale, che ravvisava un vuoto normativo sul punto e, nei fatti, invitava il legislatore a colmarlo. Non solo. La stessa Corte europea dei diritti umani, in diverse sentenze (tra tutte, sent. 4 dicembre 2007, Dickson c. Regno Unito), constatato che un sempre maggior numero di Stati, seppure con varie limitazioni, è incline al riconoscimento del diritto del detenuto ad una vita affettiva e sessuale intramuraria, ha manifestato apprezzamento al processo riformatore in atto, invitando i vari legislatori, tra cui quello italiano, ad essere conseguenti.

Svolgendo un sommario studio di carattere comparatistico, rileviamo che Paesi come la Croazia, l'Olanda, la Norvegia, la Danimarca, consentono colloqui non sorvegliati di alcune ore. O addirittura predispongono dei mini appartamenti, come in alcuni Lander della Germania, dove i detenuti che devono espiare lunghe pene possono incontrare, in piena intimità, i propri cari. Sperimentazioni analoghe sono in corso in Francia ed in Spagna. L'Italia, come non di rado accade, è in ritardo. E non prevede nulla di tutto questo, nemmeno in fase embrionale.

L'auspicio è che, dopo vari tentativi andati a vuoto negli anni, questa possa essere la volta buona, anche per l'attenzione mostrata dal ministro Orlando al tema della esecuzione della pena. Ogni persona è, infatti, titolare e portatrice di alcuni inalienabili diritti, tra questi, il diritto alla manifestazione della personalità nella sfera affettiva. Negare tutto questo comporta inevitabilmente annichilire la personalità del detenuto, con nefaste conseguenze psichiche e fisiche e ricadute negative nel percorso rieducativo che la nostra Carta costituzionale prevede. Significa applicare una pena accessoria al condannato e alla sua famiglia. Significa non interpretare correttamente il senso del recupero e della risocializzazione del reo. Ed invero la rieducazione passa non solo attraverso lo studio, il lavoro, ma anche attraverso la possibilità di mantenere e coltivare i propri affetti, con la consapevolezza che la società non intende attuare una vendetta nei confronti di chi ha sbagliato, ma che intende risocializzarlo e renderlo nuovamente pronto ad affrontare la vita fuori dal carcere.