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di Gianni Cuperlo*


Il Domani, 9 giugno 2021

 

L'errore è convincersi che nulla e nessuno abbia reagito o mosso un dito o proferito verbo dopo la vicenda di Musa Balde. Ieri la rubrica delle lettere di questo giornale ha ospitato lo sfogo di un lettore, Nazzareno Tittarelli, contro l'indifferenza che la politica, tutta, avrebbe mostrato verso la tragedia di Musa Balde, 23 anni, nativo del Gambia, morto suicida nel Cpr (Centro di permanenza per il rimpatrio) di Torino. Musa Balde era in Italia dal 2017 dopo essere fuggito da disperazione e terrore nel suo paese. Qui da noi voleva integrarsi, studiare, e lo ha fatto con una licenza di terza media conseguita a un anno dall'arrivo. Neppure quella, però, gli è bastata per essere accolto dal paese che doveva restituirgli una speranza di vita.

Mesi, anni, sono trascorsi così, mentre le prospettive dell'integrazione si allontanavano. Sino ai primi di maggio quando a Ventimiglia è rimasto vittima di un pestaggio da parte di tre sbandati. Lo hanno picchiato perché, a dire loro, stava rubando un telefonino. In verità stava semplicemente elemosinando qualche moneta. Come nei brutti film o nelle storie paradossali i tre se la sono cavata senza guai, lui no. Lui non avendo documenti in regola, non potendone avere, è finito nel Cpr di Corso Brunelleschi, sotto la Mole. Ci è restato poco perché nella notte del 22 maggio non ha resistito oltre e ha scelto di andarsene e di farlo nel solo modo possibile. Il nostro lettore ha una ragione e un torto e credo meriti una risposta su entrambi. L'errore è convincersi che nulla e nessuno abbia reagito o mosso un dito o proferito verbo. Alcuni lo hanno fatto, tra i primi gli avvocati in toga, alcune centinaia scesi in piazza Castello a denunciare quello che molti sapevano e sanno. Gianluca Vitale, uno di loro, Musa Balde lo ha incontrato dietro le mura del Cpr e il luogo lo descrive così: "Gabbie come pollai, situazioni non degne di un paese civile".

La proposta - Da giuristi hanno chiesto e preteso la chiusura di quei centri, luoghi di afflizione nati in una stagione lontana, era il 1998 e il Testo unico sull'immigrazione a doppia firma Turco-Napolitano prevedeva un tempo massimo di trenta giorni per trattenere persone in attesa di espulsione. Il duo Bossi-Fini quel periodo ha pensato bene di raddoppiarlo mentre il leader attuale della Lega nella sua permanenza al Viminale lo aveva portato a un anno e mezzo, tempo ridotto dalla ministra Lamorgese a novanta giorni. Un rimpallo della tempistica, ma lì dentro come in altri contesti eguali si è continuato a soffrire e morire. Sei sono le persone decedute in quei Centri dal giugno 2019.

Per la verità anche la politica, o parte di essa, un colpo lo ha battuto. Due esponenti locali del Pd e di Liberi uguali verdi, Domenico Rossi e Marco Grimaldi, all'indomani della tragedia nel Cpr sono entrati, hanno raccolto le testimonianze e denunciato l'assenza di supporto e controllo verso Musa Balde fin dal momento dell'arrivo. Hanno parlato della riduzione di servizi di aiuto per "detenuti" che "detenuti" non sono: sedici ore settimanali di assistenza psicologica per cento persone, fa nove minuti e mezzo a testa. E ancora, cinque ore al giorno di presenza medica e trentasei alla settimana di mediazione culturale. Fino qui, dunque, la conferma che la morte annunciata di un ragazzo non è finita nel silenzio di tutti. E però il lettore di Domani, nella sua denuncia della politica silente e immobile, ha più di una ragione. La prima è nell'aver lasciato che una situazione simile si rinnovasse nel tempo.

La colpa grave, soprattutto quando al governo un pezzo della sinistra non era costretta a convivere con la Lega, è nell'avere rinviato un azzeramento delle peggiori soluzioni messe in atto dalla destra. L'altra responsabilità non giustificabile è l'avere evocato migliaia di volte, ma senza esito, il superamento di quel reato di clandestinità che punendo una condizione oggettiva e non un presunto reato ha violato il perimetro dello stato di diritto col risultato di recludere per un tempo dilatato donne e uomini senza fornire neppure un motivo che sorreggesse la privazione più grave, quella della loro libertà. Non serviva la morte di Musa Balde a certificare il fallimento di un sistema che negli anni ha caricato di sofferenze corpi già prostrati, il tutto alimentando inefficienze e costi privi di qualunque senno. Spiega Massimiliano Bagaglini, responsabile migranti del Garante nazionale delle persone private della libertà personale: "Non esiste una legge organica che regola la vita all'interno dei centri e definisce la modalità di trattenimento". Se è così, e le cose stanno precisamente così, dovremmo concludere che in assenza di una legge che lì dentro "regoli la vita" se ne è affermata un'altra, mai votata da nessuno, che legittima la morte di un ragazzo senz'altra colpa dalla propria miseria. Possiamo gioire di una ripresa dell'economia e del tutto esaurito nei ristoranti, ma se l'Italia e il governo che c'è non daranno risposta alla tragedia di Musa Balde sarà difficile dirsi di nuovo un paese civile.

 

*Dirigente Pd