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di Adriano Sofri


Il Foglio, 5 agosto 2020

 

Vengono dei pensieri stralunati, sul progresso, per esempio. Per esempio: Raffaele Cutolo è stato trasferito, per la seconda volta quest'anno, in un reparto detentivo d'ospedale dal carcere di Parma dov'è attualmente recluso in regime di 41 bis. Non intendo dire niente su Cutolo, la sua carriera criminale, la storia d'Italia con cui è intrecciata.

Anche solo leggere per intero una voce di Wikipedia a lui dedicata mette a dura prova: provate. Cutolo è nato nel novembre 1941, ha quasi 79 anni. È stato in galera o in manicomi criminali, con brevi interruzioni per latitanze ed evasioni, 57 anni. Il suo primo ergastolo, di quattro, riguardò un omicidio commesso nel 1963, quando non aveva ancora 22 anni.

Uccise un disgraziato che aveva fatto apprezzamenti su sua sorella. Non so bene, ma nel 1963 in Italia la "speranza di vita", cioè l'aspettativa di durata della vita media per i nati in quell'anno, si aggirava sui 65 anni. Nel 2020 è vicina agli 81 per gli uomini. Ergastolo, specialmente quello "ostativo" che è l'innovazione dell'Italia nuova, vuol dire "fine pena mai". È piuttosto impressionante quanto sia diventato lungo questo "mai".