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di Antonio Morelli


noidicalabria.it, 18 ottobre 2019

 

Intervista con Gianpaolo Catanzariti, Responsabile Osservatorio Carcere dell'Unione delle Camere Penali Italiane. In questi giorni si fa un gran parlare di ergastolo ostativo, cioè quel tipo di ergastolo che non consente al detenuto l'accesso alle premialità e agli sconti di pena che invece spettano a tutto il resto della popolazione detenuta.

Al 30 settembre del 2019 in Italia a fronte di 50.472 posti disponibili negli istituti di pena, la popolazione carceraria è di 60.881, oltre 10 mila persone in più. Di questi 2.652 sono donne e gli stranieri detenuti in Italia sono 20.225. Una situazione critica che abbiamo provato ad affrontare insieme a Gianpaolo Catanzariti, Responsabile Nazionale Osservatorio Carcere presso Unione delle Camere Penali Italiane.

"Lo stato dell'arte delle carceri italiane lo dipingono i dati che mensilmente il ministero comunica che danno un dato oggettivo e in un certo senso superficiale. Un trend di crescita in aumento progressivo già da un paio di anni dalla sentenza Torreggiani, grazie anche alla sentenza che ha dichiarato incostituzionale le modifiche introdotte dal decreto legge Fini-Giovanardi che aveva aumentato i limiti di pena per le droghe cosi dette leggere equiparandole alle pesanti. Grazie a questi due eventi la situazione nei nostri istituti stava rientrando. Poi si è avuta una inversione di tendenza. Ed il dato oggettivo che rileva dalle statistiche è una crescita continua della popolazione detenuta e quindi un aumento del tasso di sovraffollamento. Questo è un dato che già immediatamente rende il quadro negativo delle nostre carceri".

 

Una situazione non semplice che comporta anche un grave problema riguardo la salute mentale e la sicurezza all'interno degli istituti di pena...

"Purtroppo le notizie che giungono quasi quotidianamente ci segnalano l'aumento di suicidi sia tra la popolazione carceraria che tra il personale di polizia penitenziaria, oltre l'aumento di patologie di tipo psichiatrico. E le morti in carcere per cosiddetta mala sanità sono indice di una condizione carceraria che certo non possiamo definire tranquilla o da Stato civile, per non parlare delle rivolte violente che periodicamente si verificano nelle carceri italiane e che non si vedevano da anni. In buona sostanza, lo stato delle carceri italiane è sicuramente malato".

 

Troppo spesso si è parlato di condizioni gravi all'interno delle carceri, e ancora oggi si fa un gran parlare della finalità rieducativa della pena costituzionalmente riconosciuta ma che in pratica viene costantemente disattesa...

"Il carcere da noi è un luogo criminogeno. Chi entra per un errore commesso, per una circostanza particolare della vita, chi entra da giovane in un carcere italiano ne esce con un titolo professionale di delinquenza. Perché il carcere dovrebbe essere improntato ad un sistema rieducativo, almeno cosi dice l'articolo 27 della Costituzione, che comunque parla di pene e non di pena, segno che l'unica pena non può essere il carcere, possono esserci misure alternative in risposta alla sanzione penale. Ma la finalità rieducativa della pena in realtà è un tragico gioco. Aumentando le ipotesi di reato nel catalogo previsto dall'articolo 4 bis dell'ordinamento penitenziario che comporta una serie di preclusioni automatiche alla valutazione del trattamento che il condannato dovrebbe avere all'interno delle strutture, abbiamo prodotto un comodo alibi per il sistema che non è neppure impegnato nell'individuare un percorso rieducativo specifico. Guardiamo anche al numero del personale. Quanti educatori, quanti assistenti sociali? Quel po' di attività che si fa la si riesce a fare grazie ai volontari. La maggior parte dei detenuti trascorrono buona parte delle loro giornate all'interno delle carceri senza far nulla. Perché mancano le risorse, mancano soggetti preposti a fornire questo tipo di assistenza e quindi è un lento scorrere del tempo con un danno non solo per l'individuo che si trova in detenzione, ma è un danno anche per la società che dovrebbe avere interesse ad avere un soggetto, che ha commesso l'errore e che sta pagando le sue colpe, pronto a tornare nella società esterna e rispettare così le regole della società stessa".

 

Di questi giorni è anche la polemica circa il permesso premio concesso all'assassino della giovane Fabiana Luzzi...

"La politica sta offrendo questo teatrino indecoroso e questo la dice lunga sulle condizioni e sullo stato di salute della nostra politica oltre che sul livello qualitativo. Io comprendo perfettamente la rabbia di un padre anche se, osservando a distanza le diverse reazioni dei parenti delle vittime, ci rendiamo conto come una pena che diventa vendetta non rende soddisfazione nemmeno a coloro che soffrono per il male subito.

 

Leggiamo interviste di parenti delle vittime che si dicono insoddisfatti e non appagati nonostante condanne al massimo della pena o all'ergastolo...

"Dicevo, comprendo il padre della vittima, resto perplesso dinanzi alle strombazzanti dichiarazioni o interrogazioni parlamentari sulla concessione dei permessi premio ad un ragazzo che, da minorenne, ha commesso un efferato delitto. O addirittura leggere che il Ministro ha disposto un'ispezione per capire cosa sia successo. E ciò senza tenere conto di una serie di circostanze, dimenticando che di recente, finalmente, si è introdotto un sistema penitenziario differenziato per i minori. Dimenticando che il diritto penale minorile ha una sua peculiarità ulteriore rispetto a quello per i maggiorenni perché la finalità del recupero che secondo l'articolo 27 della costituzione vale per tutti i tipi di detenuti nel caso del minore è ancora più marcata come impronta di un sistema che, come dice la Corte Costituzionale, rispetti "l'esigenza di specifica individualizzazione e flessibilità del trattamento che l'evolutività della personalità del minore e la preminente funzione educativa richiedono". Un sistema, in buona sostanza, sbilanciato verso il recupero del minore. Dimenticano che la Corte Costituzionale nel 1994 è intervenuta con una decisione molto forte cancellando l'ergastolo per i minorenni proprio perché incompatibile con il sistema che mira al recupero del minore. Forse quei parlamentari devono dare un senso alla loro funzione anche rispetto al nostro territorio purtroppo abbandonato e lo fanno cavalcando e fomentando gli istinti bestiali di una società. Addirittura il Consiglio Regionale della Calabria ritrova la voce dell'indignazione approvando un ordine del giorno all'unanimità ed ignorando che il permesso concesso non è una misura alternativa per un ragazzo che sta comunque scontando e continuerà a scontare una pena detentiva. O il garante dei minori che, appunto, dovrebbe essere per tutti i minori senza distinzione e quindi anche garante dei diritti del ragazzo condannato per un reato commesso da minore. Ma chi è minore condannato forse non merita di essere garantito. Una parzialità insomma dichiarata non per affrontare una seria riflessione sul sistema penitenziario, ma solo perché occorre uscire sulla stampa e cavalcare l'onda populista e demagogica del marcire in galera, dura purtroppo a morire".

 

Il caso Viola, detenuto da più di 26 anni che ha prodotto ricorso alla Corte Europea dei diritti dell'uomo e che si è visto riconoscere la possibilità di rivalutazione della pena...

"L'antimafia parolaia si delegittima da sola e non certo con la sentenza della Cedu sul caso Viola. Si delegittima da sola dimostrando l'incapacità di affrontare in maniera seria un fenomeno che non è solo criminale, immaginando che con lo slogan di inasprimento di pene o di carceri speciali e creando sistemi repressivi fini a sé stessi si possa un giorno battere la mafia. La Cedu che ha messo in croce lo Stato italiano rispetto al tema dell'ergastolo ostativo, il fine pena mai, il fine pena al 31.12.9999, non ha certo detto che Viola e chi come lui all'ergastolo ostativo, siano essi mafiosi o terroristi, debbano essere automaticamente scarcerati. Ha ribadito, come peraltro contenuto nella nostra Costituzione, che l'Italia deve rivedere il sistema che prevede le cosiddette preclusioni automatiche.

Noi oggi abbiamo un sistema che impedisce, in ragione di alcune tipologie di reato commesso, la possibilità che un magistrato possa valutare un uomo che ha trascorso un lungo periodo di detenzione e capire se sia cambiato o meno, se abbia reciso i legami con il crimine, se il carcere sia davvero servito a qualcosa. La Cedu, attenzione, non parla mai di rieducazione, ma parla di funzione risocializzante perché considera non solo il diritto del cittadino detenuto ad essere, un giorno, reinserito nella società, ma anche l'interesse della società a procedere ad una risocializzazione graduale del reo che abbatte anche il tasso di recidiva. Questo ha detto la Corte Europea. Per quanto possa avere commesso un reato gravissimo o per quanto possa essere considerato pericoloso al momento della condanna, a nessuno, a prescindere dal reato commesso, può essere tolta la dignità umana che nessuna ragione di Stato può calpestare.

Dovremmo ricordare che dentro le carceri non chiudiamo un reato per sempre, ma una persona. Il reato commesso è stato già sanzionato nel momento in cui si è emessa una sentenza. In carcere c'è un uomo che ha il diritto alla conservazione e al rispetto della sua dignità, ha diritto alla sua rieducazione secondo quanto stabilito dalla Costituzione e che la società ha l'interesse a che quel soggetto una volta reintrodotto nella vita sociale non torni a delinquere".