di Simona De Ciero
Corriere della Sera, 14 febbraio 2026
È il primo suicidio assistito in Piemonte. Dopo nove mesi di richieste, attese, perizie e scambi formali l’uomo ha ottenuto ciò che domandava: mettere fine alle proprie sofferenze. A dirlo è l’Azienda sanitaria locale To4. “L’atto finale è avvenuto al domicilio, in presenza dei sanitari liberamente scelti dal paziente e con il supporto tecnico-logistico dell’Asl”. Una frase secca, quasi notarile. E dentro, un abisso. Alberto non c’è più. Dopo nove mesi di richieste, attese, perizie, scambi formali e risposte contraddittorie, ha ottenuto ciò che domandava con lucidità ostinata: mettere fine alle proprie sofferenze.
È stato il primo in Piemonte ad accedere al suicidio medicalmente assistito. A dirlo è l’Azienda sanitaria locale To4, dove Alberto risiedeva. La stessa Asl che nelle scorse settimane era finita al centro di polemiche accese perché da un lato aveva riconosciuto la sussistenza dei requisiti per il fine vita volontario ma, dall’altro, aveva precisato che non avrebbe messo a disposizione né farmaci né assistenza. Un via libera sospeso nel vuoto, un diritto ammesso ma privo di strumenti per esercitarlo. Poi qualcosa si è mosso. Dopo quella presa di posizione, Filomena Gallo, intervistata dal Corriere Torino, si era offerta di affiancare legalmente Alberto e la sua famiglia. La richiesta era semplice e radicale insieme: che anche in Piemonte - nel Chivassese, nel caso concreto - fosse data piena attuazione alla giurisprudenza più volte ribadita dalla Corte costituzionale. Non un’eccezione. Non una concessione. L’applicazione coerente di un principio già sancito. E così, la Regione ha scritto a tutte le Asl precisando la necessità giuridica di applicare quanto sancito a livello nazionale. Non ancora da una norma, certo. Ma dai tribunali sì.
“Su richiesta dei familiari e per rispetto a questi e alla persona interessata, da parte dell’Asl non saranno fornite altre informazioni”, ha precisato la TO4. Ed è giusto così. Non è tempo di curiosità invadenti. Non è il momento delle ricostruzioni minuziose, delle domande fuori luogo, delle parole di troppo. È tempo di silenzio. E di rispetto. Per un giovane uomo che aveva provato a spiegare cosa significhi abitare un corpo divenuto gabbia. Diceva che il suo gatto aveva “maggiore libertà di movimento rispetto a lui”. Un’immagine domestica, quasi tenera. Eppure, devastante. Perché in quella frase c’era tutto: la misura della costrizione, l’umiliazione quotidiana, la sproporzione tra desiderio e possibilità. La sua esistenza, raccontava, non somigliava più alla vita. Era una sopravvivenza feroce, estenuante, insopportabile. Un tempo dilatato in cui ogni gesto richiede uno sforzo smisurato e ogni giorno pesa come un macigno.
“Esprimiamo sincera vicinanza ai familiari e alle persone care, ricordando che il rispetto del giudicato costituzionale garantisce l’effettivo rispetto di scelte che attengono all’autodeterminazione terapeutica - commentano dall’associazione Luca Coscioni, impegnata nell’affermazione dei diritti umani, comprese il fine vita e la legalizzazione dell’eutanasia -. Continueremo a lavorare perché questo diritto sia sempre pienamente rispettato”. “Il fatto che l’atto finale si sia svolto al domicilio, con sanitari scelti dal paziente ma con il supporto pubblico - conclude Filomena Gallo, segretaria nazionale della Coscioni - conferma la necessità di garantire piena attuazione ai diritti già riconosciuti dal giudicato costituzionale in materia di autodeterminazione e fine vita”.










