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di Gilberto Corbellini

Il Dubbio, 6 dicembre 2024

Negli ultimi giorni si è parlato ancora, e sempre più accadrà, di fine vita. Il mondo occidentale è via via più abitato da persone anziane e che muoiono di morti degenerative, non più acute come erano le infezioni. La morte degenerativa era rara in passato e riguarda persone che sono oggetto di trattamenti che prolungano la durata delle fasi terminali della vita. Anche per il fatto che erano rare queste morti, le persone faticano a gestirle psicologicamente: molti fraintendimenti nelle discussioni pubbliche e laiche, al di là delle posizioni religiose, derivano da una resistenza a scomporre analiticamente i problemi. Due sono state le occasioni negli ultimi giorni per discutere di scelte di fine vita: l’uscita del Papa, che stavolta parrebbe propositiva, e dice che si deve lavorare sulle e con le cure palliative, e poi il passaggio al Parlamento inglese di un documento legislativo che propone di legalizzare il suicidio medicalmente assistito: ma per la definitiva approvazione si dovrà seguire un iter di discussione calendarizzato per i prossimi due anni e dieci turni di votazioni. Potrebbe anche morire per strada.

Che cosa abbiamo capito dai modi in cui la questione è stata posta dal capo politico della Chiesa cattolica e dai parlamentari inglesi? Bergoglio dice che “bisogna accompagnare la vita al suo termine naturale attraverso uno sviluppo più ampio delle cure palliative” e che il dibattito va “condotto nella verità”. E allora diciamola, la verità, cioè che le cure palliative sono un colabrodo, per i fraintendimenti di cui sono oggetto e soprattutto per come sono intese dai cattolici. Sono cure per alleviare la sofferenza fisica e non praticate per accelerare l’arrivo della morte, si dice. Naturalmente nessuno può dire cosa avviene in concreto nella penombra delle case e degli ospedali. Le cure palliative sono definite dall’OMS “un approccio che migliora la qualità della vita dei pazienti e delle loro famiglie che affrontano i problemi associati alle malattie a rischio di vita, attraverso la prevenzione e il sollievo della sofferenza mediante l’identificazione precoce, la valutazione e il trattamento del dolore e di altri problemi fisici, psicosociali e spirituali”.

Cure palliative è quindi una locuzione ombrello e non interessa solo il fine vita. Una semantica stiracchiata per convenienza, come nel caso della palliazione o sedazione terminale: alcuni la tengono ipocritamente distinta dall’eutanasia, benché lo scopo finale sia di “accompagnare alla morte” spegnendo farmacologicamente la coscienza e togliendo ogni alimentazione. È vero però che l’eutanasia è un’altra cosa: le persone in alcuni paesi vi hanno un accesso legalmente controllato che ha i suoi vantaggio, fosse solo per la libertà di scelta. Quali sono le esperienze con le cure palliative? Sull’Italia si sa poco. Si può capitare bene, se ci si rivolge a una associazione laica e di professionisti, o si può precipitare in un inferno per il malato e i parenti se i palliativisti a cui ci si rivolge sono loschi figuri, ammantati di pseudo- empatia e religiosità, che del dolore e della sofferenza psicologica fanno un business.

Data l’età potrei dilungarmi con aneddoti che raccontano di tragedia o di sollievo che passano attraverso le cure palliative. Non è giusto che sia così variabile e le decisioni di fine vita dovrebbero ritagliarsi sui valori stabiliti dai pazienti ad esempio con le DAT, e a seguire quelli dei parenti. Tra le esperienze di cui ho spesso sentito raccontare dai parenti, vi è la messa a disposizione della morfina. Ovvero si narra, ma i racconti sono credibili, che la morfina viene messa disposizione dei parenti che se vedono il paziente soffrire, possono caricare la dose e accelerare il decesso. Personalmente trovo inaccettabile eticamente causare un decesso senza richiesta.

Il Papa dice anche che “le persone alla fine della vita hanno bisogno di essere sostenute da assistenti che siano fedeli alla loro vocazione, che è quella di fornire assistenza e sollievo pur non potendo sempre guarire… Prendere la mano dell’ammalato che fa bene a lui e a noi”. Io so benissimo di cosa ho bisogno in caso di fine vita, senza che me lo dica la Chiesa. È irritante ascoltare le persone religiose dire di cosa hanno bisogno “tutti”, in ragione di un verbo al quale crede solo qualcuno, mentre sappiamo per esperienza che ognuno di noi ha diversi desideri e bisogni: il mio fine vita di laico e ateo non può essere messo sullo stesso piano, annullando la mia libertà e individualità, di quello del mio amico Augusto che è molto credente e osservante. In questo modo si sta mancando di rispetto a me e a lui.

I paesi con le migliori reti e nodi di medicina palliativa sono quelli che hanno legalizzato e ammettono caso per caso l’accesso al suicidio medicalmente assistito e all’eutanasia, ovvero quei paesi che accanto alle cure palliative, che hanno esattamente lo scopo che devono avere, esaminano caso per caso e possono ammettere le richieste di suicidio medicalmente assistito. Il dibattito in Inghilterra e Galles sul suicidio medicalmente assistito ha dimostrato che i pregiudizi e le emozioni colpiscono anche i freddi empiristi: altro che discussione pacata, se ne sono dette di tutte e sono stati tirati fuori i più beceri luoghi comuni pro e contro. In Italia commentiamo sempre i risultati finali o provvisori. Forse perché l’Italia è in ultima istanza un paese illiberale, dove un tema di libertà civile è raro che emerga a una sensibilità politica ideologicamente piegata.

Eppure, i britanni sono sempre empiristi. Se qualcuno vuol leggere centinaia di aneddoti di cui dicevo priva e che provano la disomogeneità della medicina di fine vita, può compulsare un documento prodotto nel settembre scorso dal sistema di hospice Marie Curie in Uk. Vicende agghiaccianti. L’indagine ha fornito alle persone in lutto un’importante opportunità per condividere le loro opinioni sull’assistenza ricevuta prima del decesso e sulle loro esperienze di lutto, assumendo che sia essenziale considerare ciò che possiamo imparare dalle esperienze condivise in questa indagine, compresi gli aspetti che hanno funzionato bene e quelli che devono essere migliorati. Un documento che è stato accolto con approvazione e rispetto dal Royal College of Physician. Di fatto il Royal College che per decenni si era opposto alla legalizzazione del suicidio medicalmente assistito e la posizione conseguente al report ha aperto la strada alla nuova legge.

Lo si è visto e vale per quasi tutti i paesi che hanno legiferato, che la posizione dell’ordine dei medici nazionali è strategica per istruire una legge sul fine vita, che intercetti i problemi e valori dei malati, piuttosto che quelli dei medici. Negli anni scorsi il Presidente francese Macron non è riuscito a far passare una legge sul suicidio assistito, a causa dell’opposizione dei medici, che si limitano ad accettare che la sedazione terminale sia una scelta nella disponibilità dei pazienti. Se così è andata in Francia non è pensabile che si potrà mai in Italia andare oltre la sentenza Cappato. Eventualmente si potrà solo retrocedere.