sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Giusi Fasano

Corriere della Sera, 22 marzo 2025

L’avvocata segretaria dell’Associazione Luca Coscioni: “La legge della Regione Toscana sul suicidio assistito è corretta, rispetta la sentenza sul caso di Dj Fabo. Conoscere Luca mi ha cambiata, rimasi incantata dalla sua forza”. “Ricordo che andavo a scuola dalle suore, c’era anche il collegio e io avevo 8 anni. Una bambina che viveva in collegio spesso la notte bagnava il letto e poi il giorno dopo veniva punita in classe. Un giorno ho finto di non stare bene per andare nella stanza della suora superiora e dirle che la mia amica veniva umiliata in classe, che nessuno si meritava di essere trattata così e che avrei chiesto ai miei genitori di accompagnarmi a denunciare. La superiora è intervenuta e tutto è cambiato”. Filomena Gallo ripesca dalla memoria quel ricordo lontano perché stiamo cercando di ricostruire dov’è nato il suo amore per i diritti, la cura e l’aiuto degli altri. In realtà, ci spiega, non fu quell’episodio ad accendere la sua passione civile anti-soprusi. È che lei è nata così. Se fosse possibile inserire un tratto del carattere nel certificato di nascita, sul suo ci sarebbe scritto: segni particolari = allergica alle prepotenze e portatrice sana della libertà di scegliere. Lei c’era. Con la sua voce bassa che però arriva forte e chiara al cuore della Giustizia. Era nelle aule dei tribunali, con il suo team di legali iperspecializzati, a “costruire pezzi di diritto”, come dice lei, “che tutti assieme diventano il puzzle di garanzie per il rispetto delle nostre libertà”.

Cominciamo dall’attualità: la legge di iniziativa popolare toscana sul suicidio assistito. Può una regione legiferare sul fine vita?

“Quello che ha fatto la Regione è materia di organizzazione sanitaria. Non ha toccato le condizioni del malato, non ha modificato nulla sui requisiti per accedere al fine vita che, come sappiamo, sono stati definiti dalla Corte Costituzionale. Con la sentenza sul caso di Dj Fabo nel 2019 la Corte ha stabilito a quali condizioni con verifica del Servizio sanitario nazionale si può accedere al suicidio assistito e ha chiesto più volte al Parlamento di intervenire con una legge che preveda il pieno rispetto delle scelte di fine vita, tutte. In Parlamento nulla è stato fatto e quindi oggi si può accedere alla morte volontaria se sono rispettate le indicazioni della Corte costituzionale perché la sentenza della Corte ha portata di legge. Ora: il titolo quinto della Costituzione prevede che le Regioni possano organizzare i servizi sanitari a livello regionale stabilendo i tempi per l’erogazione dei servizi. Ecco. È esattamente questo che ha fatto la regione Toscana”.

Non bastava la sentenza della Consulta?

“Si, è sufficiente la sentenza Cappato della Corte costituzionale e vorrei ricordare che cosa prevede. Dice, in sostanza, che il sistema sanitario nazionale verifichi i requisiti per accedere al suicidio assistito, e quei requisiti sono: che la persona sia pienamente capace di autodeterminarsi; che sia affetta da una malattia irreversibile; che quella malattia determini sofferenza per lei intollerabile; che sia mantenuta in vita da trattamento di sostegno vitale. È necessario il parere del Comitato etico competente e devono essere verificate le modalità per procedere. Solo in questi casi l’aiuto alla morte volontaria non è reato, ed è possibile. Abbiamo constatato però, che i tempi di attesa di chi chiede le verifiche per accedere al suicidio assistito, variano dai tre mesi ai due anni e dipendono dalla volontà politica della regione. Ma spesso un malato che soffre non ha tutto quel tempo. Stabilire tempi certi di verifica e risposta come ha fatto la Toscana significa rispettare la persona e la sentenza della Corte”.

Il governo non è della stessa idea...

“E infatti vogliono impugnarla e sollevare questioni di legittimità costituzionale. Va bene, lo facciano e vedremo”.

Oggi in Italia esiste la possibilità del suicidio assistito grazie alle sue battaglie giudiziarie in difesa della disobbedienza civile di Marco Cappato. Se dovesse descrivere questo argomento con un’immagine quale sceglierebbe?

“Gli occhi delle persone malate che ho seguito in questi anni perché chiedevano di poter dire basta alla sofferenza. La loro riconoscenza immensa per averli resi liberi nel finale della loro vita oppure, in alcuni casi, per averci provato. Perché, a proposito di tempi, c’è stato chi ha aspettato invano l’ok della Asl che non è mai arrivato. Sentire le loro voci fino all’ultimo momento mi ha fatto capire sempre più che la morte fa parte della vita e che tutti dovremmo fermarci, ogni tanto, ad apprezzare la vita che abbiamo”.

Lei è cattolica?

“Ho il mio modo di vivere la fede e sono cristiana non praticante. Ma non ne faccio una bandiera, non è l’etichetta che mi definisce”.

“Gli occhi di chi soffre mi spingono a difendere la libertà di morire”

Se un giorno toccasse a lei di decidere del suo fine vita?

“Beh... io sono stata poco bene. Sapevo che il mio era un momento passeggero ma se non lo fosse stato avrei fatto la mia scelta. Mi sono comunque premurata di fare testamento biologico, ho messo nero su bianco che se mi fossi mai trovata in uno stato vegetativo irreversibile, e se più medici avessero confermato che non c’era più niente da fare, dovevano staccare tutto immediatamente. Quando arrivi a ringraziare chi ti sposta un capello dal viso perché tu non ce la fai, ti chiedi: che vita è questa? Per me non è vita”.

La sua storia professionale racconta una donna che si è occupata soprattutto di due temi: inizio e fine vita...

“Sembrano due fronti opposti ma non lo sono. Perché alla fine l’obiettivo è lo stesso, e cioè la libertà di scelta. Il mio compito è rimuovere gli ostacoli che causano sofferenze perché negano il diritto di scelta alla persona. Penso con orgoglio al fatto che grazie a tutte le lotte per la riforma della legge 40 sulla fecondazione assistita, ogni anno nascono 14 mila bambini e nell’ultima relazione al Parlamento sono 16 mila! E ci sono ancora divieti da rimuovere. Per esempio abbiamo embrioni non idonei alla gravidanza che restano crioconservati e non si capisce perché non possono essere donati alla ricerca scientifica. Però in compenso importiamo le cellule staminali dall’estero...”.

È vero che i suoi primi casi davanti al giudice riguardavano le nascite?

“Sì. Erano persone che chiedevano di provare ad avere un bambino con l’aiuto della fecondazione medicalmente assistita; ancora non c’era una legge. Mi sono ritrovata nel mezzo del dibattito parlamentare sulla legge 40, appunto”.

Che fu osteggiata dal mondo scientifico e giuridico.

“Esatto. Mi sono avvicinata all’associazione Coscioni quando Luca Coscioni propose il referendum per modificarla. Rimasi incantata dalla sua forza, era una persona piena di vita anche se paralizzata e se comunicava con il puntatore oculare. Capii da lui l’importanza dell’impegno che mi sarei assunta”.

Alla fine quella legge è stata riformata...

“Non è ancora finita. Aspettiamo nei prossimi giorni una risposta dalla Corte Costituzionale sull’accesso alla fecondazione assistita per le donne singole. Capita ogni tanto di parlare del lavoro che facciamo con l’associazione Coscioni e trovarmi davanti persone stupite”.

Stupite da cosa?

“Dal fatto che questo o quello non sia ancora possibile nel nostro Paese. Mi dicono: ma davvero non si può fare? Molti non hanno idea di quanto ci sia ancora da fare sui diritti finché non finiscono impigliati in un caso giudiziario”.

Sono i suoi genitori che l’hanno cresciuta a pane e diritti?

“Dai miei genitori ho imparato il senso profondo della famiglia che c’è sempre, nel bene e nel male. Ho imparato che cosa significa essere uniti, accoglienti. Mi hanno educata al rispetto dell’altro e delle regole. E da loro ho ereditato il pensiero che la cosa più importante nella vita è la libertà. Libertà di essere sé stessi, di poter crescere come siamo e di poter decidere”.

L’ha influenzata qualcuno nella scelta della carriera universitaria?

“No, avevo la passione per i diritti, ero affascinata dalle libertà ed ero contro le ingiustizie. Non potevo far altro che l’avvocato, anche se per un certo periodo ho insegnato all’università di Teramo: Etica e legislazione nelle biotecnologie in campo umano. È stato bello e forse mio padre, che mi voleva insegnante, non aveva sbagliato per tutto. Ma fare l’avvocata mi corrisponde di più”.

Qual è stato il caso più duro che ha mai affrontato?

“La battaglia di una coppia sulla diagnosi pre-impianto. Scoprirono di essere portatori di una patologia genetica dopo la nascita della loro bambina, la videro morire a sei mesi di una malattia che si poteva intercettare durante la gravidanza. La piccola cresceva ma non sgambettava e la pediatra chiese esami diagnostici: si scoprì che non aveva scampo e che sarebbe morta per paralisi progressiva fino alla morte per soffocamento. Quale genitore vorrebbe vedere la propria figlia morire? La loro storia divenne una bandiera per il diritto alla fecondazione e alla diagnosi pre-impianto di coppie come loro, e cioè fertili ma portatrici di patologia genetica. Vinsero in tribunale, ma nell’attesa cambiarono le condizioni di salute per avere una gravidanza e non hanno più avuto figli. Furono loro ad aprire la strada per una condanna della Corte Europea dei diritti dell’uomo nei confronti dell’Italia per discriminazione, e dopo 5 anni con altre coppie abbiamo ottenuto la cancellazione del divieto per tutti - coppie fertili e non - tramite la Corte costituzionale”.

Lei ha figli?

“No ma ho tre nipoti di cui sono molto fiera. Sono i figli di mio fratello con cui ho un legame speciale. Lui e sua moglie mi hanno sempre coinvolta nella loro vita familiare”.

Relazioni affettive.

“Vivo con un compagno che è un grande amore da molti anni ma è meglio non dire quanti... Si chiama Rocco ed è un uomo straordinario”.

Torniamo ai tempi delle suore. Che bambina è stata?

“Una bambina felice. Sono rimasta fino a 4 anni in Svizzera, dove i miei si erano trasferiti per lavoro, e poi ci siamo spostati per tre anni in Valtellina, in montagna. Uno spasso. Ricordo muri di neve e tantissimi amici. Però io e mio fratello avevamo un problema con l’altitudine quindi siamo andati a vivere con i nonni materni, in provincia di Salerno. E lì è stata felicità pura: i nonni vivevano in campagna avevano una fattoria quindi maiali, mucche, giocavamo con i vitellini e con il cavallo. Per noi era tutto un gioco. Andare a scuola era una distrazione”.

Era una brava studentessa?

“Sì, studiare mi è sempre piaciuto. Ero un po’ la prima della classe; con il fatto che ero un po’ più grande di statura mi avevano messo in fondo all’aula e questo per me era un dramma perché volevo sempre rispondere per prima, intervenire per prima”.

Al di là della famiglia, per chi è il suo grazie più grande?

“Per Marco Cappato e Mina Welby e, in generale, per l’Associazione Coscioni che, mi creda, è un crocevia di persone uniche e meravigliose”.