di Francesca Spasiano
Il Dubbio, 2 settembre 2026
Non è un voto qualunque. Sul fine vita il piccolo Parlamento del Veneto è il laboratorio su cui punta gli occhi anche Roma, come banco di prova per una maggioranza che va alla resa dei conti. Nel tentativo di reggere l’urto oppure cedere allo smottamento che rischia di travolgerla lungo la via dei temi etici. Quale delle due strade imboccherà il centrodestra, al bivio del Veneto, potremo scoprirlo soltanto oggi. Quando a Palazzo Ferro Fini riprenderà la discussione sulla legge di iniziativa popolare che regolamenta il suicidio assistito cominciata ieri nel Consiglio Regionale presieduto da Luca Zaia. L’ex governatore leghista, ancora lui, che è il vero “testimonial” politico dell’operazione. Il volto di una norma su cui si tenta il bis dopo il fallimento di due anni fa, quando il 16 gennaio 2024 il testo promosso da Zaia venne bocciato con un solo voto di scarto, quello della consigliera dem Anna Maria Bigon.
Allora il Veneto apriva una pista mai battuta, aperta in maniera quasi profetica dal leghista “eretico”. Ma ora le cose stanno un po’ diversamente: la Regione sarebbe la quarta, dopo la Toscana, la Sardegna e l’Emilia-Romagna, a dotarsi di una norma propria. Con un paio di differenze che rendono quello del veneto un caso a sé: per la prima volta avremmo una legge locale con i voti del centrodestra, ma con Fratelli d’Italia che ha già annunciato il proprio no e la Lega spaccata al suo interno.
La battaglia si consumerà fino all’ultimo voto, con il sì delle opposizioni, la libertà di coscienza accordata ai 51 eletti, e l’incognita dei forzisti, che dovrebbero decidere di astenersi. Il verdetto, ancora ieri, sembrava imprevedibile nella Regione del Nord in cui ribolle la Lega e l’Autonomia. Tanto che le prime polemiche erano cominciate così, sull’iter e sul calendario che metteva in cima alla lista, prima dell’Autonomia, il voto sul fine vita. Poi la discussione si è avvelenata sempre di più, e si è arrivati alle parole del consigliere vannacciano Stefano Valdegamberi, che ha definito Zaia un “Signor morte”. Una frase che non deve essere passata inosservata al diretto interessato, che ieri è intervenuto personalmente in Aula per ribadire un concetto: “Non stiamo approvando o bocciando il fine vita - ha scandito - ma stiamo facendo un’azione di civiltà cercando di apportare un sistema organizzativo a un servizio che dovrebbe erogare il Sistema sanitario”. Nel suo appassionato discorso, l’ex governatore ha parlato soprattutto ai cittadini. Ed è partito da una parola: “ipocrisia”, quella che continua a trascinare il tema da anni nei tribunali, senza il Parlamento riesca a fare una legge. Ecco perché discuterne “a me non sembra un’eresia: non significa rinunciare alle proprie radici cristiane”, argomenta Zaia. Per il quale si tratta semplicemente di applicare i criteri stabiliti dalla Corte Costituzionale con la sentenza 242 sul caso Cappato/Dj Fabo, stabilendo tempi e modalità di accesso al suicidio assistito.
Questo si propone di fare il testo promosso dall’Associazione Luca Coscioni, che aveva proposto anche il primo su cui si era misurato il Veneto, e tutti gli lanciati nelle diverse Regioni, comprese le tre che l’hanno approvato riformulandolo a modo proprio. Soprattutto dopo le ultime sentenze della Consulta, che ha di fatto tracciato il perimetro entro cui le Regioni possono muoversi.
Nel caso del Veneto si tratta di un testo di cinque articoli, su cui pendono gli emendamenti del centrodestra sottoposti al voto, che sostanzialmente stabiliscono la procedura definendo il ruolo delle Asl. Tra le proposte di modifica ci sono quelle che mirano a potenziare le cure palliative, come ha spiegato il presidente del Veneto Alberto Stefani, che ieri ha annunciato una proposta ad hoc sul tema. L’altro punto riguarda l’istituzione di un comitato bioetico regionale “che dia le linee guida ai comitati bioetici di pratica clinica a livello territoriale”. “Abbiamo ribadito i principi della sentenza che stabiliscono che il medico può agire su base volontaria e che quindi non è una eterosomministrazione”, ha spiegato Stefani. Che ribadisce la necessità di fare chiarezza nell’ambito di un dibattito che è “degenerato”.
La precisazione arriva anche da Zaia, per il quale un po’ di chiarezza va fatta anche sulle cure palliative, che restano l’argomento “principe” di chi è contrario a una legge: “Bisogna fare sempre di più per garantirle, ma molti dei malati che chiedono accesso al fine vita, le rifiutano”, spiega l’ex governatore. Per il quale la responsabilità nelle mani del Consiglio regionale è “un atto di civiltà, ma anche di informazione e di chiarezza” nei confronti di chi soffre e ha delle difficoltà: “Ci sono i malati terminali e i sanitari, che quotidianamente accompagnano nella fase finale della loro vita pazienti molto sofferenti. E noi non possiamo girarci dall’altra parte”. Tutt’altro il registro usato da Valdegamberi, che bolla la legge come un “manifesto ideologico” e uno “show che crea cultura della morte”. All’esponente vannacciano non va giù la parola “diritto”, usata esplicitamente nel suo intervento dalla consigliera di Avs Elena Ostanel, che parte dal caso simbolo di Stefano Gheller e cita i dati: dal 2022 al 2026 in Veneto ci sono state 31 richieste di accesso al suicidio assistito, con soli 3 sì e 21 pareri negativi. “Questo diritto va sancito nel pieno della sicurezza, con una legge chiara, procedura certa, e con la garanzia del sistema sanitario pubblico”, scandisce Ostanel. Fuori, intanto, le voci dei militanti pro vita, riuniti nei pressi del palazzo per contrastare la legge. E l’Associazione Coscioni, che con Marco Cappato definisce quello del Veneto un “voto di responsabilità”.









