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di Francesca Sforza

La Stampa, 17 luglio 2026

“Storica”, “fondamentale”, “di rottura”, “di svolta”, “c’è un prima e un dopo”: sono solo alcune delle espressioni utilizzate per definire la nuova legge sul fine vita approvata il 15 luglio in via definitiva dall’Assemblea nazionale francese, dopo una navetta parlamentare lunga e tormentata. Il testo nel suo complesso è piuttosto breve, ma per metterlo a punto ci sono voluti tre anni. È il bello dei governi che possono vantare una qualche stabilità: annunciano un progetto e mettono in conto di realizzarlo senza fretta, anche se nel frattempo i consensi calano o le maggioranze scricchiolano. Emmanuel Macron lo aveva promesso all’inizio del suo secondo mandato, e ha potuto consegnarlo ai francesi malgrado le turbolenze che hanno investito a più riprese la sua azione di governo. E che con l’approvazione di questo testo non solo non si esauriscono, ma si moltiplicano.

I criteri fondamentali della legge francese - ricordiamolo - sono cinque: il raggiungimento della maggiore età (18 anni); il possesso della nazionalità francese o comunque una residenza stabile in Francia; l’essere affetti da patologia grave e incurabile in fase avanzata o terminale; presentare una sofferenza fisica o psichica costante, refrattaria alle terapie o comunque giudicata insopportabile dalla persona; essere in grado di manifestare la propria volontà in modo chiaro, libero e inequivocabile.

Qualsiasi domanda deve essere esaminata da un medico nel quadro di una procedura collegiale, e la persona può autosomministrarsi il farmaco a meno che non ne sia impossibilitata fisicamente (nel qual caso può venire aiutata da un medico o da un infermiere). A questo punto, su indicazione del premier francese Sébastien Lecornu, che non ha mancato di esprimere le sue perplessità, la legge passerà al vaglio della Corte Costituzionale, che ne valuterà eventuali modifiche e deciderà se fermarla o concederne la promulgazione.

Legge sul fine vita, la Francia la approva definitivamente - Critiche e polemiche sono state sollevate anche dai rappresentanti della Chiesa cattolica, e da scrittori e intellettuali come Michel Houellebecq, che ha contestato il provvedimento definendolo “morte di Stato”. Le reazioni hanno fatto sì che Macron, oltre a una dichiarazione iniziale in cui richiamava il rispetto per la vita e l’autodeterminazione, abbia preferito non enfatizzare il risultato, sia mai che si rivelasse un boomerang in questa difficile fase pre-elettorale. I deputati di estrema destra hanno votato contro il provvedimento (passato con 291 voti a favore, 241 contro e 29 astensioni), ma Marine Le Pen, che pure ha utilizzato parole dure, ha già fatto capire che nel caso passasse lei non lo rimetterà in discussione (“Non l’ho votato, ma ho lasciato libertà di coscienza”, ha dichiarato).

C’è un aspetto però che va comunque sottolineato, e ha a che fare con la durata dell’iter legislativo: per tre anni i deputati francesi si sono confrontati e scontrati, hanno ragionato, scritto, discusso su uno dei temi più essenziali della contemporaneità. E inevitabilmente i loro discorsi sono stati presentati sui giornali, in televisione, nelle piattaforme social, andando a ingrossare il dibattito pubblico e chiamando i singoli cittadini a confrontarsi con il libero gioco delle opinioni. Non ci sarà magari l’unanimità e forse in futuro la legge conoscerà ulteriori aggiustamenti, ma alla fine è anche così che cresce un Paese: mettendosi in cammino alla ricerca di una soluzione, affrontando - emendamento su emendamento - le domande essenziali. Evitare di parlarne, scegliere di non aprire il dibattito - come accade da noi - significa sottrarre ai cittadini la possibilità di costruirsi un’opinione, di mettere a confronto esperienze e sofferenze, di rinunciare ad alzare la qualità e il livello dei problemi. Per un governo che ha fatto della stabilità la sua cifra, e che legittimamente la rivendica come un fattore di funzionalità democratica, dovrebbe essere una pratica politica costante, più che un’occasione mancata.