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di Giulia Ricci

La Stampa, 4 settembre 2026

Il governo non si opporrà all’iniziativa veneta, ma il partito di Meloni teme un effetto boomerang alle urne. La linea comune di Cirio e del leghista Fontana: “Serve un provvedimento del Parlamento”. Il salto in avanti del Veneto, prima Regione di centrodestra ad approvare una legge sul suicidio medicalmente assistito, non sarà la miccia per una svolta a livello nazionale. Al microfono nessun alto dirigente di Fratelli d’Italia e del governo ha voglia di parlare, tanto più alla vigilia dei grandi festeggiamenti della premier Giorgia Meloni per il record di longevità del suo mandato. Ma da via della Scrofa arriva una linea chiara: niente norma, non c’è più tempo, rischiamo che diventi una bandierina elettorale, il tema è troppo delicato. Anche se i più maligni tengono a sottolineare come l’appoggio non sarebbe arrivato comunque (e nemmeno prima, in effetti, è mai arrivato). E anche se l’esecutivo non pare intenzionato ad impugnare la legge tanto voluta da Luca Zaia (almeno a oggi), le altre Regioni di centrodestra non seguiranno il suo esempio: “Serve un provvedimento nazionale”, affermano i presidenti del Piemonte, Alberto Cirio (Forza Italia), e della Lombardia, Attilio Fontana (Lega).

Era il 2017. Marco Cappato accompagnò dj Fabo in Svizzera, poi si autodenunciò. Nel 2019 arrivò la sentenza della Corte costituzionale, cui ne sono seguite altre sette, che chiese al Parlamento di intervenire. Oggi, siamo ancora all’anno zero. L’ultimo atto si è consumato il 3 giugno, quando il disegno di legge Bazoli (che era il più avanti nell’iter parlamentare tra le varie proposte) è stato rimandato all’esame delle commissioni riunite Giustizia e Sanità di Palazzo Madama, lì dove “giace” anche quello Zullo-Zanettin, del centrodestra. A proporre la questione sospensiva fu Fratelli d’Italia. Ed è proprio il partito della premier il maggiore oppositore ad una legge che regoli il suicidio medicalmente assistito, dove sarebbe il sottosegretario Alfredo Mantovano a giocare il ruolo principale del “sabotatore”. Ora, con la campagna elettorale già in corso e le Politiche sempre più vicine, FdI può continuare a dire “no” e rimandare la discussione alla prossima legislatura. Il presidente della commissione Affari sociali e sanità di Palazzo Madama, Francesco Zaffini, ieri ha sottolineato come il nodo sia “prettamente tecnico, non politico. Se riesco martedì pomeriggio convoco” una seduta.

‘altronde esporsi su un tema così delicato, che rischia di far perdere un pezzo di elettorato, diventa sempre più difficile per tutti. Nonostante l’anno scorso un sondaggio di Alessandra Ghisleri su La Stampa evidenziasse come tre italiani su 4 sarebbero stati favorevoli all’eutanasia, che rispetto al suicidio medicalmente assistito fa addirittura un salto in avanti, legalizzando che la somministrazione del farmaco letale sia fatta da un medico e non dal paziente stesso. L’unico partito a fare pressing è Forza Italia, spinto soprattutto dalla presidente di Fininvest Marina Berlusconi, che in questi mesi ha più volte sostenuto la necessità per gli azzurri di distinguersi dagli alleati sul tema dei diritti. Suicidio medicalmente assistito compreso. Tanto che prima dell’estate era nell’aria un grande dibattito sul tema, a Milano, con ospiti politici, società civile, professionisti.

Il governatore del Piemonte Alberto Cirio, vicesegretario azzurro e molto vicino alla figlia del fondatore del partito, non intende seguire l’esempio del Veneto: “Sono un grande sostenitore dell’autonomia e ho grande rispetto per le leggi che i Consigli regionali intendono proporre ed approvare, ma continuo ad essere convinto che su un tema così delicato non possano esserci normative diverse a seconda delle Regioni in cui ci si trova”. Per il presidente azzurro “l’idea di un’Italia in cui il tema della vita e della morte siano disciplinate in modo diverso a seconda dei territori, con norme diverse a seconda che ci si trovi ad Alessandria, a Pavia o a Savona, per fare solo degli esempi, credo proprio sia un’assurdità da evitare in ogni modo”. Ma poi arriva il pressing su Roma: “Da tempo quindi non solo auspico, ma chiedo a gran voce un intervento del Parlamento per arrivare a una legge nazionale chiara che nel merito ricalchi i paletti della Corte costituzionale, perché, se da cristiano voglio difendere la vita, dall’altro lato è evidente che non posso restare sordo di fronte alla sofferenza delle persone ed alla loro grido di libertà di poter porre fine al loro dolore”. Gli fa eco il governatore lombardo Attilio Fontana: “Noi abbiamo già delle indicazioni funzionali, efficienti ed efficaci sul suicidio medicalmente assistito. Serve una norma nazionale”.

In Piemonte a novembre l’associazione Luca Coscioni depositerà per la seconda volta la legge di iniziativa popolare, per la quale ha già raccolto oltre 12 mila firme. E il Consiglio regionale dovrà decidere. Lì, il capogruppo della Lega Fabrizio Ricca ha dichiarato che voterebbe “sì, ma aspettiamo di vedere se il governo impugnerà la norma veneta”. Un’iniziativa che, per ora, la premier Meloni non intenderebbe prendere. Un po’ per non aprire una faglia con territorio di centrodestra, un po’ per non sentirsi ribadire dalla Corte costituzionale quanto già detto sul ricorso alla Toscana: le Regioni possono legiferare.