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di Piergiorgio Donatelli*

Il Dubbio, 26 giugno 2026

I temi del fine vita continuano ad animare il dibattito, anche se il Parlamento non ha più legiferato da quasi un decennio. Ci ha lasciato però una legge importante, la 219 del 2017, che tratta il rifiuto dei trattamenti e la sedazione palliativa profonda continua. Poi ha proseguito la Corte costituzionale, a partire da una sentenza storica, la n. 242/2019, che ha dichiarato illegittimo l’art. 580 del Codice penale nella parte in cui non esclude la punibilità dell’aiuto al suicidio in presenza di determinate condizioni, aprendo così la strada al riconoscimento del suicidio medicalmente assistito nell’ordinamento italiano. Tra queste condizioni vi è la presenza di sostegni vitali sulla cui interpretazione è tornata, e si è nuovamente riunita lo scorso 23 giugno. Il percorso delle persone malate per vedere garantito il loro diritto è ugualmente proseguito creando casi giurisprudenziali e alimentando una conversazione pubblica che sta facendo maturare la consapevolezza della società.

Dal punto di vista clinico il suicidio assistito richiede atti medici contigui a quelli coinvolti nelle cure palliative. Inoltre, la richiesta emerge dentro un lungo percorso di cura, che però non può più essere proseguito, se non lasciando la persona malata alla mercè della perdita delle funzioni, del dolore e della vanità dei suoi giorni. In questo contesto di cura le persone possono arrivare a dire “basta, la mia vita si è conclusa” interpellando i professionisti della salute.

Già il movimento delle cure palliative ha combattuto e sta combattendo una battaglia contro una concezione aggressiva della medicina che offre soluzioni che sono delle illusioni e non delle speranze. La medicina non deve sentirsi sconfitta dal fatto che non può più offrire trattamenti ma deve invece rispondere alle condizioni reali del paziente, aiutandolo ad affrontare i trade off tra trattamenti e desistenza terapeutica e a un certo punto occupandosi del presente della persona e della sua qualità della vita. Il movimento delle cure palliative si è fatto carico della battaglia di non nascondere le condizioni reali delle persone dietro la promessa illusoria che qualcosa si possa ancora fare. Non ha però ancora affrontato pienamente il fatto che il rifiuto dei trattamenti e la sedazione palliativa profonda continua appartengono alla stessa scena etica e clinica del suicidio assistito.

La Società Italiana di Cure Palliative (SICP) ha presentato un Position Paper su questo tema lo scorso 16 giugno e ha affermato che le due pratiche mediche sono entrambe degne di rispetto ma che vanno tenute nettamente separate. Sul piano procedurale ritiene che i professionisti delle cure palliative non debbano intervenire nella fase attuativa del suicidio assistito, anche se è bene che siano presenti nella fase informativa e valutativa che prepara l’eventuale accoglimento della richiesta.

In questo modo la SICP separa le due situazioni cliniche e regolative: difende la legge 219 ma si tira indietro rispetto alle implicazioni aperte dalla sentenza 242. Si tratta di un arretramento e di una lettura inadeguata del cambiamento reale della società italiana. In realtà, possiamo mettere insieme l’intervento del Parlamento nel 2017, le sentenze della Corte che hanno aperto al suicidio assistito, le battaglie dal basso delle associazioni, tra cui vi è il grande lavoro dell’Associazione Coscioni, e ora le linee operative che stanno varando le Regioni. Tutto questo sullo sfondo di un cambiamento sociale importante. La percezione comune è che il morire è diventato disponibile alla scelta e all’intervento. Questa disponibilità del morire rappresenta il paesaggio culturale ed etico attuale. Lo testimoniano le reazioni di rispetto e di profondo interesse umano per le personalità del mondo della cultura, dello spettacolo e della politica che hanno posto fine alla loro vita in casi discussi pubblicamente.

Il documento della SICP rappresenta un passo indietro, che confido troverà una sintesi più avanzata in futuro. Esso appare come una mossa difensiva di un ambito professionale che per altro sta facendo una battaglia contro la medicina aggressiva che non accetta di fermarsi quando non vi sono più reali prospettive terapeutiche. E tuttavia, nel prendere le distanze dal suicidio medicalmente assistito, torna a un’idea del processo del morire come realtà da accompagnare e rispettare, senza riconoscere pienamente che in quel processo vi è una persona che sceglie su sé stessa, che vuole essere sé stessa fino in fondo, perché quella vita è la sua.

*Presidente della Consulta di Bioetica