di Giovanni Gordini e Paolo Trande
Il Manifesto, 12 agosto 2026
Dal novembre 2019 nessun Parlamento ha voluto disegnare una legge che consentisse davvero agli italiani di scegliere liberamente come chiudere una vita che, con quelle condizioni, sente come invivibile. La storia dell’Italia, ormai lo si può dire, ha date che sui diritti hanno segnato un passaggio. Oltre a quelle che ci ricordano le leggi su divorzio, aborto e statuto dei lavoratori - tutte nate in parlamenti non certo a maggioranza di sinistra - c’è il novembre 2019, quando la Corte costituzionale con la sentenza numero 242 sul caso all’epoca conosciuto come “dj Fabo”, definì le condizioni che per un malato aprono al diritto di arrivare al Suicidio medicalmente assistito (Sma).
Serve tornare fino a quella data perché è da allora che nessun parlamento ha voluto disegnare una legge che, a partire da quei punti, consentisse davvero agli italiani di scegliere liberamente come chiudere una vita che, con quelle condizioni, sente come invivibile. La cronaca si è premurata di raccontare casi disperati, che mancando una legge, sono stati costretti a cercare - guidati in primis dallo sforzo della associazione Coscioni - soluzioni fino in Svizzera. Di nascosto, magari con vergogna e a pagamento.
La cronaca ha raccontato come a quella drammatica scelta arrivava chi alle spalle aveva attese di mesi per vedere ascoltati e poi - a volte e se ancora vivo - accolti, i diritti definiti dalla Corte costituzionale nel 2019. La cronaca già ci ha detto che sono state cinque le diverse sentenze della Corte a legittimare il passaggio da sostegni vitali che erano solo quelli “meccanici” (come il ventilatore artificiale di Piergiorgio Welby) sino a manovre come il supporto alla nutrizione o lo svuotamento rettale, così rientranti nel novero del “supporto vitale”.
La cronaca da tempo ci ha mostrato sondaggi che ci restituiscano un’ampia maggioranza di italiani, credenti, non credenti, di sinistra e di destra, favorevoli ad una scelta che affidi al singolo cittadino il diritto di come finire una vita diventata solo sofferenza. E infine la cronaca di questi mesi racconta di come a oggi tre regioni - Toscana e Sardegna nel 2025 ed Emilia-Romagna quest’anno - abbiano scelto di garantire i propri cittadini con leggi regionali nate dalle scelte della Corte costituzionale.
Leggi, come sancito nella sentenza del dicembre 2025 per quella toscana, abilitate a definire il modello organizzativo sanitario territoriale per chi vuole chiudere una vita gravata da quelle condizioni individuate fin dal 2019. Ed ecco il supporto e la verifica di commissioni multiprofessionali interne al servizio sanitario regionale con l’opzione delle cure palliative, per poter esercitare il diritto di finire la propria vita con l’assistenza di chi - in modo volontario - agisce all’interno del sistema pubblico.
Nell’ultima cronaca merita un cenno il tentativo di mistificare la civile opzione delle cure palliative diffondendo l’idea di queste come una sorta di panacea che rende inutile il diritto alla autodeterminazione, svelando un’opzione ingiusta prima che retrograda. Ma più che la cronaca, rimane la storia a dirci dei passaggi di una Corte costituzionale che ha dovuto in qualche modo sostituire un parlamento afasico e che ora, in qualche balbettio, ha lasciato intravvedere norme liberticide: che accentrerebbero su di un unico comitato etico nazionale la valutazione delle scelte dei cittadini di tutte le regioni; che vorrebbero definire la vita indisponibile per il singolo individuo, come se il credo di alcuni dovesse essere imposto ad ognuno; e che pongono come condizione iniziale che tutto avvenga fuori dal sistema sanitario nazionale, disegnando allarmanti passaggi verso la privatizzazione anche della morte. Si parla di programma della coalizione alternativa alla destra, purtroppo meno che del leader. Ecco, dalla Emilia-Romagna, oltreché da Toscana e Sardegna, arrivano indicazioni programmatiche cariche di senso, di umanità e dignità della vita, anche nella sua parte finale, senza le quali non ci sarebbe cambiamento vero.
*Gli autori sono entrambi medici e consiglieri regionali in Emilia-Romagna









