di Giacomo Galeazzi
La Stampa, 5 settembre 2026
Nelle prossime ore si pronuncerà la Pontificia accademia per la Vita. No all’accanimento terapeutico, ma cure palliative e obiezione di coscienza. Su un punto la Chiesa è compatta: è inaccettabile che una materia eticamente sensibile come il “fine vita” venga lasciata alla libera iniziativa delle Regioni. Perciò in maniera compatta, in Vaticano come in Cei, definiscono “totalmente inopportuno” che la questione più delicata (la sacralità della vita fino al suo termine naturale) sia spezzettata a seconda delle latitudini. “Così si mettono in discussione le fondamenta dell’unità di un popolo”. In attesa che nelle prossime ore si pronunci l’autorità ecclesiale preposta, ossia l’arcivescovo Renzo Pegoraro, presidente della Pontificia Accademia per la Vita, nei sacri palazzi si concorda sul fatto che, tra tutte le diverse proposte, la norma varata in Veneto è la meno distante dalle posizioni della Chiesa. Con varie sfumature e tonalità.
“Si tratta di una legge restrittiva, non il via libera all’eutanasia” evidenziano i presuli più impegnati a scongiurare “il fai da te degli enti locali” nella convinzione che debba essere lo Stato a regolamentare materie che per Benedetto XIV erano “valori non negoziabili”. Già un mese fa di fronte alla decisione dell’Emilia-Romagna sul fine vita, il cardinale Matteo Zuppi, leader dei vescovi italiani, aveva avvertito: “Dobbiamo umanizzare il morire, togliere il dolore. Possibile che non garantiamo ancora cure palliative sufficienti? La vita non si difende mai con la morte e quando la vita può essere tolta si restringe la cultura della vita per l’intera comunità”. E di fronte al rischio di essere tacciata di ingerenza, la Cei, per bocca del suo capo, cita Paolo VI: “La Chiesa e il Papa parlano come esperti di umanità” e “il bene comune delle nostre comunità ci riguardano e ci interpellano”. No a una gestione in ordine sparso, come anche il vescovo Francesco Savino, vicepresidente della Cei e pioniere degli hospice per malati terminali, aveva aperto: “Sul fine vita è Far West, servono regole chiare, basta con il fai da te delle Regioni. C’è un pericoloso vuoto normativo, il caos danneggia pazienti e familiari”.
Intanto in Segreteria di Stato esperti di bioetica hanno indicato i contorni di interventi normativi in linea con il Magistero. Un punto particolarmente importante che viene sottolineano in Vaticano riguarda le cure palliative sulle quali la Pontificia Accademia per la Vita da anni richiama l’attenzione. Nel Lessico di fine vita curato dall’arcivescovo Vincenzo Paglia si richiamano linee pastorali utili anche in questo momento.
“La legge veneta richiama l’importanza delle cure palliative. E in Italia la legge è buona”. Ma il problema è che è poco finanziata. Mancano i luoghi di cura nel 70% del territorio nazionale. “Non è più possibile essere latitanti su questo” . In Curia è una delle esortazioni più insistenti. “Non è che la gente voglia morire - puntualizza un prelato bieticista -. In realtà non vuole soffrire e non vuole rimanere sola. Di qui l’urgenza che le cure palliative siano a disposizione di tutti. Ma è proprio giusto spendere soldi per le armi e dimenticare questo dovere verso la difesa della vita?”.
E si fa notare che purtroppo la maggioranza dei malati gravi è abbandonata a se stessa. Il tema della solitudine e dell’abbandono, che “non si risolve per legge”, dovrebbe scuotere maggiormente sia la cultura che la politica. Con l’approvazione in Veneto della legge regionale sul suicidio medicalmente assistito “non ha vinto o perso qualcuno”. Il patriarca di Venezia Francesco Moraglia mette però in guardia da “modelli culturali e di sanità che possano portare ad una deriva difficilmente controllabile”. La preoccupazione resta per “le persone fragili e sole”, ossia “che affrontano la vecchiaia e il suo epilogo non potendo contare su un effettivo accompagnamento e supporto umano e affettivo”. Situazioni che tenderanno a moltiplicarsi. I dubbi riguardano “un soggettivismo interpretativo per cui è logico domandarsi quali saranno i criteri effettivamente utilizzati per definire e valutare oggettivamente di volta in volta una sofferenza come insopportabile”. Da qui il richiamo ad un impegno condiviso tra istituzioni civili e religiose per “promuovere di più e meglio una cultura di prossimità, specialmente nei momenti in cui la vita diventa difficile e fortemente compromessa”.
E anche l’appello ad “accompagnare le persone, sempre più e con i mezzi tecnici che oggi la scienza ci offre”. Unanime nelle gerarchie ecclesiastiche è la richiesta di regole chiare su tutto il territorio. Nessuno, in Vaticano come nelle diocesi, avalla alcuna forma di accanimento terapeutico ma piuttosto vengono sollecitate cure palliative di provata efficacia nel ridurre il dolore, assieme ad una “obiezione di coscienza garantita in tutti i momenti e in tutti i soggetti interessati da tali protocolli sanitari”.
In più occasioni, incontrando delegazioni del governo, il segretario di Stato, cardinale Pietro Parolin ha definito la mancanza di una legge nazionale chiara sul fine vita un problema, criticando il fatto che le regioni debbano supplire a tale vuoto normativo, come appunto è avvenuto in Veneto: “Abbiamo constatato come le Regioni stiano provvedendo a colmare la mancanza di legislazione da parte italiana, con tutte le problematiche che ciò comporta”.
Il contesto Ue allarma: il Papa interverrà nell’imminente viaggio in Francia. E proprio l’arcivescovo Pegoraro (le cui dichiarazioni sulla legge veneta sono attese per domenica) ha segnalato “un rischio reale e documentato, dai dati provenienti da Belgio e Paesi Bassi: quello del cosiddetto pendio scivoloso”, cioè una progressiva estensione dell’applicazione eutanasica che arriva a includere minori, malati psichiatrici e persone con sofferenze esistenziali, arrivando persino a ipotizzare l’eutanasia non volontaria per chi non è in grado di esprimersi. “Il controllo sulle procedure appare problematico e insufficiente, trasformando una scelta estrema in una pratica burocratizzata. Il legislatore dovrebbe quindi evitare di creare norme basandosi esclusivamente sui casi pietosi ed emotivi” avverte il ministro vaticano della bioetica, ponte di dialogo trasversale tra governo e Parlamento.









