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di Paolo Trande*

Il Manifesto, 27 settembre 2026

Il governo ha scelto di opporsi solo alla legge regionale sul suicidio medicalmente assistito dell’Emilia Romagna, non a quello largamente sovrapponibile del Veneto. L’impugnazione da parte del governo della legge dell’Emilia-Romagna sul suicidio medicalmente assistito, e non di quella veneta, è un fatto istituzionalmente e politicamente grave. Lo è per la materia, per la delicatezza delle condizioni dei pazienti coinvolti e per la natura degli argomenti utilizzati, ma anche perché conferma la prevalenza dello scontro politico sul principio di leale collaborazione tra le diverse articolazioni della Repubblica.

La Regione ha legiferato su aspetti organizzativi e procedurali sulla base di un quadro costituzionale ormai definito dalle sentenze della Corte costituzionale: la 204/2025 sulla legge toscana e la 148/2026 sulla legge sarda. In questo contesto, impugnare la norma regionale significa scegliere lo scontro invece dell’interlocuzione istituzionale, anche sotto la pressione di movimenti integralisti che nelle scorse settimane hanno contestato duramente il governo e minacciato di spostare il proprio consenso verso il movimento di Vannacci.

La materia avrebbe richiesto cautela e sensibilità: parliamo di cittadini e pazienti con “gravi patologie irreversibili fonte di sofferenze fisiche o psichiche ritenute intollerabili”. La Regione ha cercato di rendere equo, trasparente e omogeneo l’accesso al suicidio medicalmente assistito, evitando che la tutela di un diritto dipendesse ogni volta dal ricorso ai giudici ordinari. L’impugnazione, che non produce effetti sospensivi immediati, interviene peraltro su aspetti di dettaglio della legge e non sull’impianto complessivo della norma. È una scelta che, da un lato, conferma la possibilità di una legislazione regionale sulla materia e, dall’altro, appare come l’ennesimo episodio di una contrapposizione politica nei confronti dell’Emilia-Romagna.

È particolarmente grave che questo scontro venga portato avanti non su una materia ordinaria di governo, ma sulla sofferenza di persone che si trovano ad affrontare la fase finale della propria esistenza e chiedono di poterlo fare secondo criteri chiari, uniformi e rispettosi della propria dignità. In questo caso emerge con particolare chiarezza quanto la lotta politica possa arrivare a mettere in discussione principi fondamentali del funzionamento delle istituzioni: la leale collaborazione tra Stato e Regioni e l’autonomia organizzativa in una materia, come la tutela della salute, di competenza concorrente. La continua ricerca dello scontro, la sovrapposizione tra Stato e partito della premier e quella che Berlinguer avrebbe definito “occupazione del potere” sembrano ormai caratterizzare la cultura politica di Fratelli d’Italia. Un’impostazione che, nel corso di questi quattro anni di governo, abbiamo visto riflettersi nel familismo, nell’occupazione dei livelli apicali e del sottogoverno, nelle norme bandiera e in una comunicazione politica fortemente concentrata sui temi più adatti alla propaganda e al vittimismo.

Il risultato è una progressiva sovrapposizione tra il potere delle istituzioni e quello della parte politica che oggi governa il Paese. Palazzo Chigi è diventato la dépendance di via della Scrofa. Anche l’impugnazione della legge dell’Emilia-Romagna nasce da una cultura politica che affonda le radici nelle stanze che furono del Msi, poi di Alleanza nazionale e oggi di Fratelli d’Italia.

La conferma della natura politica dell’impugnazione sta anche nella mancata impugnazione della legge veneta, largamente sovrapponibile a quella emiliano-romagnola, ma evidentemente off-limits per la propaganda meloniana di palazzo Chigi. Resta da vedere se quella legge continuerà a essere risparmiata, anche alla luce del malcelato interesse di Salvini a colpire l’avversario interno Zaia: una contrapposizione tra nazionalismo e autonomismo che ha trovato un punto di convergenza proprio nel voto del Consiglio regionale veneto, sostenuto anche dal centrosinistra. Non c’è da preoccuparsi, infine, del destino della legge dell’Emilia-Romagna. È pienamente funzionante ed è destinata a superare anche il vaglio della Corte costituzionale, perché è stata scritta - dal sottoscritto come primo firmatario, insieme ai colleghi di maggioranza del Pd, del M5S e dei Civici - con equilibrio e nel pieno rispetto dei principi fissati dalla Corte.

*Medico e consigliere regionale Avs Emilia-Romagna.