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di Luigi Manconi

La Repubblica, 15 giugno 2022

Nelle vicende di Fabio Ridolfi, Mario, Antonio La Forgia e gli altri il dolore è il Grande Rimosso. Ma cosa c’è di più politico della sofferenza delle persone quando potrebbe essere sedata, lenita o limitata da adeguate scelte mediche?

Mariachiara Risoldi, moglie di Antonio La Forgia, morto a seguito di una sedazione profonda durata quasi 90 ore, dopo che gli era stato negato l’accesso al suicidio assistito, ha detto: “Il suo corpo è costretto a stare qui, ma la mente è già arrivata in un luogo più leggero”. Questo perché “uno Stato ipocrita” (ancora parole di Risoldi) impone questa scissione tra il corpo e la mente, alimentando una sorta di feticismo dell’organismo fisico e di culto pagano (anche quando si vorrebbe intensamente cristiano) del soma, della corporeità e dell’anatomia umana. Perché, appunto, cos’è un corpo quando la mente è già in un “luogo più leggero”? È un mero involucro, ormai privo di ogni spirito vitale e di ciò che rende persona la persona: ovvero la capacità di esperienza e di relazione.

È questo il crudele paradosso cui conduce l’intransigentismo dei custodi della “intangibilità della vita dal concepimento alla morte naturale”: chiamare vita la sopravvivenza meccanica - e spesso solo artificiale - di un corpo ridotto alle sue elementari funzioni fisiologiche e a una inarrestabile decadenza. O a un solo grumo di dolore. Come è il caso di Fabio Ridolfi, tetraplegico da 18 anni, morto ieri (lunedì 13 giugno); e di “Mario”, completamente paralizzato da 12, il primo a essere autorizzato a ricorrere al suicidio medicalmente assistito.

L’Associazione Luca Coscioni - cui va il merito di aver sottratto alla clandestinità questo mondo di angosce e sofferenze - ha denunciato il fatto che “lo Stato italiano non si fa carico dei costi: non eroga il farmaco e non fornisce la strumentazione idonea”. Il costo dei mezzi necessari a garantire una morte rapida e indolore ammonterebbe a circa 5 mila euro, che, secondo l’azienda sanitaria regionale, dovrebbe essere a carico dello stesso Mario. Sul punto, grazie al cielo, il ministro della Salute Roberto Speranza ha dichiarato che “non è ipotizzabile che i costi” ricadano sul paziente (La Stampa).

Tutto questo accade nonostante che la sentenza della Corte Costituzionale del 22 novembre del 2019 abbia previsto la possibilità del suicidio assistito, indicando circostanze e condizioni che lo consentono e sollecitando il Parlamento a legiferare in materia. Ciò non è accaduto e, in assenza di una legge, quella della sedazione profonda resta l’unica strada. Ma essa può rivelarsi - come ha detto ancora Risoldi a proposito della morte del marito - una “inutile tortura”, che ha protratto il dolore per tre giorni e mezzo.

Ecco, il dolore è il Grande Rimosso di queste vicende. Sembra persistere nella mentalità collettiva, in certi settori della cultura nazionale e in una parte della classe medica l’idea che la sofferenza fisica sia una componente “necessaria” della malattia, un effetto collaterale ineludibile: e non una vera e propria patologia distinta che, come tale, va considerata e contrastata secondo precisi protocolli ed efficaci terapie.

Non dico che il dolore sia considerato tuttora come una forma di espiazione e una via per l’ascesi, secondo una cupa concezione religioso-penitenziale, ma è altrettanto vero che non lo si tratta come una specifica patologia invalidante da affrontare prioritariamente per rendere dignità al corpo che decade o per porre fine alla sua agonia.

Ne è una conferma lo stato assai arretrato delle cure palliative in Italia e la carenza di strutture per i malati terminali. Intanto, sul piano politico, è possibile, se non probabile, che anche l’attuale legislatura si concluda senza che venga approvato un provvedimento sul suicidio assistito: e ciò in spregio non solo della pronunzia della Corte costituzionale, ma anche di un chiaro orientamento della opinione pubblica che, secondo rilevazioni attendibili, risulta maggioritariamente favorevole.

A cosa si deve questa indifferenza, così simile alla diserzione, di grandissima parte della classe politica? I motivi in genere citati ricorrono a un linguaggio futile-mondano che vorrebbe essere solenne: quelle tematiche (il fine vita così come l’aborto e il matrimonio omosessuale) sarebbero “divisive” in quanto rimanderebbero a “questioni eticamente sensibili”. È vero, si tratta di problematiche che interpellano la coscienza di ognuno, ma - ancor prima - di fondamentali diritti civili. E sono questi ultimi a essere disattesi e negati dalla pavidità del ceto politico che tradisce un acuto deficit culturale.

Emerge nitidamente che il legislatore, nella sua grande maggioranza, ritiene che non si tratti di questioni politiche, quasi che la politica fosse essenzialmente economia e socialità. Ma cosa c’è di più politico del dolore delle persone quando quel dolore potrebbe essere sedato, lenito o limitato da adeguate scelte mediche? Cosa c’è di più politico - nel senso di bene comune come incontro di molti beni individuali - del consentire l’autodeterminazione dei cittadini in quella fase cruciale della loro esistenza, quando è in corso un processo di degradazione del fisico e della psiche? Cosa c’è di più politico del dare sollievo alla sofferenza terminale, dell’assecondare il ritorno alla “casa del padre”, del consolare chi sopravvive, evitando lo strazio di quella “inutile tortura”?