di Pino Di Biasio e Paolo Russo
La Stampa, 11 febbraio 2025
Anche Emilia, Friuli, Lombardia e Puglia pronte a muoversi. Il sì della Toscana alla prima legge regionale sul fine vita arriverà oggi, dopo i due voti che ieri hanno respinto gli assalti di una destra tutt’altro che unita: quello sulla pregiudiziale di costituzionalità e la richiesta di procedere con voto segreto. Proposte presentate in entrambi i casi da Forza Italia. Ma il via libera è scontato e sembra destinato ad aprire la corsa delle Regioni a una legge che metta fine al calvario di tanti malati senza speranza. L’esempio Toscano potrebbe infatti essere seguito da almeno quattro regioni dove un testo analogo è stato presentato e i numeri dei parlamentini locali dicono che si può fare: l’Emilia-Romagna, il Friuli Venezia Giulia guidato dal leghista “laico” Massimiliano Fedriga, la Lombardia e la Puglia. Mentre in Veneto, dopo la bocciatura dello scorso anno in aula della legge promossa dal governatore Luca Zaia, lui stesso annuncia di voler tornare alla carica. Questa volta puntando ai tempi brevi di un regolamento. “Ci stiamo lavorando, a prescindere dal fare una legge. Lo vogliamo fare perché in applicazione della sentenza della Corte Costituzionale ci siano tempi certi per la trattazione delle pratiche”, ha affermato ieri Zaia agganciandosi al treno lanciato dal collega toscano Eugenio Giani.
Come ricordato dallo stesso presidente veneto la sentenza della Consulta del 2019 “non prevede i tempi di risposta e non chiarisce chi debba somministrare il farmaco”. I giudici costituzionali però il fine vita lo hanno di fatto legalizzato, anche se a quattro condizioni. Che il malato sia affetto da malattia irreversibile, che questa patologia sia fonte di intollerabili sofferenze fisiche o psicologiche, che il paziente sia capace di prendere decisioni libere e consapevoli.
La quarta condizione è che il paziente sia dipendente da un trattamento di sostegno vitale, inteso non solo in termini di alimentazione ma anche di cure chemioterapiche. La Consulta non ha invece autorizzato l’eutanasia, che contrariamente al suicidio assistito prevede che siano altri a somministrare il farmaco letale. Resta comunque il fatto che fino ad ora si è andati avanti con la Babele che ha visto alcune Regioni far applicare la sentenza dalle proprie Asl, pur se con tempi molto variabili e dilatati ed altre, come il Friuli, dove c’è voluta una sentenza del tribunale perché ci si muovesse. Fatto è che, come documenta l’Associazione Luca Coscioni, nonostante le 7 richieste al giorno di aiuto a porre fine alla propria esistenza, fino ad oggi solo 11 persone hanno ricevuto il via libera al suicidio assistito e di queste appena 5 hanno potuto vedere rispettata la propria volontà, che in sette casi è stata esaudita, ma in Svizzera.
La legge toscana fa invece chiarezza su molti aspetti rimasti in sospeso, ricalcando la proposta dell’associazione Luca Coscioni, riproposta più o meno nella stessa veste in altre 16 regioni. “Sulla base della sentenza della Consulta - spiega Enrico Sostegni, presidente Pd della Commissione sanità toscana - quando vi sono state richieste di pazienti, sono intervenuti i direttori generali delle tre Aziende sanitarie, ognuno con modalità diverse.
Adesso, con la legge, stabiliamo una procedura omogenea su tutta la regione, garantendo un’assistenza sanitaria uniforme in questi casi difficili. La legge regionale ha carattere meramente organizzativo, stabilisce che il costo di medicinali e attrezzature per il suicidio assistito, ora a carico dei familiari, sia sostenuto dal sistema sanitario. Il costo non supererà i 10mila euro e la partecipazione del personale medico e sanitario alle varie fasi dell’iter resta volontaria”. Dure invece le parole del cardinale Augusto Paolo Lojudice, che dopo aver contestato “l’ideologia inaccettabile del fine vita”, ha sostenuto che “un cristiano non può arrendersi alle logiche di una umanità patinata dove non esiste il dolore”. Quello che domenica ha invece accompagnato Gloria, 70 anni di Firenze che, come ha ricordato il consigliere Pd Iacopo Melio, costretta su una sedia a rotelle per la sindrome di Escobar, “aspettava il via libera della Asl per andarsene in maniera dignitosa, lucidamente e non addormentata, spenta dalle cure palliative”. Quelle che tra l’altro nemmeno in tutta Italia sono ancora oggi garantite.











