di Ferruccio De Bortoli
Corriere della Sera, 17 dicembre 2023
Mentre il legislatore non decide, e sono ormai passati quattro anni dalla pronuncia della Consulta sul caso Cappato, le Regioni sembrano muoversi in ordine sparso. Non è un argomento natalizio, ma se ci pensiamo bene può anche esserlo. Perché se il Natale è vita, proprio della vita, in tutti i suoi aspetti, dovremmo avere il coraggio di parlare. Anche di quella che si esaurisce nel dolore più atroce, insopportabile, inaccettabile. Nei giorni scorsi vi è stato, a Trieste, il suicidio assistito di Anna (nome di fantasia) autorizzato dalla Azienda sanitaria locale in seguito a una sentenza del Tribunale. La Corte Costituzionale ha depenalizzato il suicidio assistito solo in alcune precise circostanze. Ovvero nel caso di patologie irreversibili fonte di sofferenze fisiche e psicologiche ritenute intollerabili, con un paziente in grado di esprimere con coscienza la propria volontà e dipendente da un sostegno vitale. Mentre il legislatore non decide (e sono ormai passati quattro anni dalla pronuncia della Consulta sul caso Cappato), le Regioni sembrano muoversi in ordine sparso.
Ora comunque la si pensi - ogni posizione è legittima e rispettabile - dovremmo essere tutti d’accordo che non vi può essere un federalismo dell’ultimo tratto della vita. È un tema delicato, intimo, che riguarda l’essenza più profonda della cittadinanza, al di là del rispetto della dignità della persona umana, e richiama il principio di uguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costituzione. Veneto e Friuli-Venezia Giulia si avviano a discutere una legge regionale di iniziativa popolare sul suicidio assistito.
Piemonte, Calabria, Marche e Sardegna l’hanno ritenuta, in passato, politicamente non praticabile. La proposta (che in diverse Regioni è sostenuta dall’Associazione Luca Coscioni) divide oggi le amministrazioni governate dal centrodestra. Ma interrogativi e distinguo abbondano anche nelle opposizioni. Avremo in futuro anche i migranti interni del dolore oltre a quelli che varcano i confini nazionali? Speriamo di no. Un Parlamento che volge lo sguardo altrove dà prova di insensibilità che sfiora il cinismo. Se la vita è prigioniera degli schieramenti politici, allora è merce della ricerca del consenso. La condizione straziante delle persone scivola inevitabilmente in secondo piano. La paura di parlarne e di discuterne apertamente dovrebbe inquietare anche i cattolici. E non si comprende fino in fondo perché sul fine vita prevalga una contrapposizione ideologica che spesso rifiuta il dialogo. Con la conseguenza di accentuare la solitudine di chi si trova di fronte a sofferenze non più lenibili, in balia di scelte che la legge non aiuta a chiarire, quasi cacciato senza alcuna colpa in una condizione di clandestinità nel proprio Paese.
Noi, sedotti ma anche prigionieri della normalità, non abbiamo idea di quanto profonda e articolata sia la dimensione del dolore. Tendiamo a rimuovere il pensiero di doverla un giorno o l’altro affrontare. Direttamente o no. Come se le grandi questioni del fine vita riguardassero solo gli altri e fossero unicamente parte di una discussione filosofica, metafisica, alta, distante anni luce dalla nostra quotidianità. E nel compiere questo esercizio di colpevole banalizzazione siamo tutt’altro che attenti al rispetto della sacralità della vita. Al contrario, la svalutiamo, la abbandoniamo al caso che non è mai misericordioso. Condanniamo noi stessi, i nostri familiari e le amicizie più care all’eventualità, tutt’altro che remota, di arrivare impreparati alla gestione delle malattie invalidanti, alla perdita di autonomia non solo fisica ma anche mentale. A maggior ragione in una società che invecchia rapidamente e che dovrà fare i conti con il crescere esplosivo delle cronicità. Così si muore peggio e si fanno star male anche agli altri. Ma scaramanticamente non ci si pensa. Lo testimoniano la scarsa diffusione delle Dat, le Disposizioni anticipate di trattamento, e dei mandati in caso di incapacità di decidere sulla qualità della propria assistenza e sulla destinazione dei propri averi. Una leggerezza imperdonabile, quasi infantile. Occuparsi seriamente dei malati, avendo cura anche della loro libertà di decidere senza lasciarli alla solitudine del deserto della legge, rinsalda i legami affettivi di una società e la rende più giusta e umana. Pone la vita al centro, non la relega nel ripostiglio della casualità.










