di Mons. Vincenzo Paglia
Famiglia Cristiana, 24 febbraio 2022
Una cosa è lasciar morire, un’altra uccidere. Il testo in discussione è un buon punto da cui partire. Con alcuni auspicabili emendamenti Dichiarando il quesito referendario non ammissibile, la Corte Costituzionale ha anche chiarito diversi equivoci.
La domanda era infatti presentata come l’affermazione di un diritto a non soffrire. Espressione di forte impatto emotivo, ma di scarso rigore concettuale. Il diritto che si può legittimamente sostenere non è di annullare le sofferenze, ma di alleviarle. Sappiamo bene come esse facciano parte della vita, per esempio in certe fasi critiche della crescita personale o della vita sociale. Il problema maggiore, però, è che il quesito faceva coincidere l’eliminazione delle sofferenze con quella del sofferente, mettendo in gioco la stessa vita.
Per di più si lasciava intendere che il tema riguardasse pazienti in gravissime condizioni cliniche. La Corte stessa aveva depenalizzato, in circostanze molto gravi, l’assistenza al suicidio, modificando con la sentenza 242/2019 l’articolo 580 del Codice penale. Ma il quesito referendario riguardava l’articolo 579, sull’“omicidio del consenziente”, proponendo di abrogarne le sanzioni, per di più prescindendo da ogni riferimento allo stato di salute.
Molto opportunamente il presidente della Corte, Giuliano Amato, ha precisato che si sarebbe così aperto “all’impunità penale di chiunque uccide qualcun altro con il consenso, sia che soffra sia che non soffra”. Per questo motivo, la proposta andava ben oltre l’ambito sia dell’assistenza al suicidio sia dell’eutanasia.
Questioni su cui, ha spiegato Amato, è compito del Parlamento legiferare. La proposta di legge sull’assistenza al suicidio è un tentativo di rispondere a questa responsabilità. Punto di convergenza tra diverse posizioni essa può costituire, con alcuni auspicabili emendamenti, una accettabile mediazione. Infatti, in una società pluralista non si può pretendere di far coincidere la sfera etica con quella giuridica: sono due dimensioni distinte, anche se non separate, per cui occorre trovare un terreno comune.
Appare qui la questione della sofferenza. Un ambito in cui le cure palliative possono fornire un apporto determinante, ancora troppo poco conosciuto e praticato. Il loro obiettivo è di accompagnare a tutto campo la persona malata e non più guaribile: trattare i sintomi e alleviare il dolore, senza accelerare né rinviare indebitamente la morte.
Siamo nella linea richiamata da Papa Francesco, per cui la morte “va accolta, non somministrata”, secondo “quella frase del popolo fedele di Dio: “Lascialo morire in pace, aiutalo a morire in pace”. Si custodisce così quella fondamentale caratteristica di evento in cui, come diceva il cardinale Martini, la persona è chiamata a “disporre di sé nella sua totalità, anche se disporre di sé comporta accettare che qualcosa viene nella propria esistenza non da sé”, in un gesto di radicale affidamento.









