di Lorenzo D’Avack
Il Dubbio, 26 giugno 2026
La discussione in Senato per una normativa sul fine vita, così come puntualmente riportata da Francesca Spasiano, mostra aspetti sconcertanti. Dopo la legge Bazoli, in occasione del precedente governo (disegno di legge n. 104,) il Senato sembra essersi impegnato nel corso di questi anni ad evitare che sia consentito al medico di mettere a disposizione del paziente, che versa in determinate condizioni previste dalla sentenza della Corte costituzionale, trattamenti diretti a determinarne la morte. Pertanto, il paziente per congedarsi dalla vita è costretto ancora ad attendere che la sentenza della Corte costituzionale si concretizzi in una normativa.
A fronte di queste situazioni di sofferenza, che vedono spesso la loro soluzione in Svizzera, si potrebbe fare ricorso alla legge 219/2017 sul consenso informato e sulle Dat, espressamente richiamata dalla stessa Corte costituzionale, quale una delle giustificazioni della normativa sul fine vita. Scrive, infatti, la Corte che “la decalaratoria di incostituzionalità attiene in modo specifico ed esclusivo all’aiuto al suicidio prestato a favore di soggetti che già potrebbero alternativamente lasciarsi morire mediante la rinuncia a trattamenti sanitari necessari alla loro sopravvivenza ai sensi dell’art. 1, comma 5 della legge 219/2017”. Disposizione che, secondo la Corte, inserendosi nel più ampio tessuto delle previsioni del medesimo articolo, prefigura una “procedura medicalizzata” estensibile alle situazioni che qui vengono in rilievo.
Era difficile per la Corte poter immaginare che dopo sette anni il Parlamento ancora non avesse realizzato una normativa che avesse dato certezza alle sue disposizioni. Possiamo, allora, domandarci se, come è scritto nella sentenza, vi sia similitudine tra le cure palliative, in specie tra la sedazione profonda, e l’aiuto al suicidio medicalizzato non solo in considerazione della sofferenza fisica, ma anche della sofferenza psicologica, oscillando il soggetto tra la vita e la morte. Cure palliative che risultano non essere sempre accettate per alcuni malati, che le considerano contrarie alla propria dignità, preferendo un percorso più rapido e controllato di morte. Ricordo in tal senso la posizione di DJ Fabo.
I valori, dunque, che il soggetto attribuisce alla pratica palliativa e alla sedazione profonda sono diversi da quelli che vuole affermare chiedendo l’aiuto a morire e che consistono nella valorizzazione della propria dignità e autonomia, nella appropriazione della propria morte. Tuttavia, le cure palliative possono essere considerate come una “alternativa”, un “prerequisito” alla richiesta del suicidio medicalmente assistito, un’efficace risposta alle persone sofferenti che in realtà non vogliono darsi la morte, ma uscire da situazioni di dolore intollerabile. Il Comitato Nazionale per la Bioetica nel parere Riflessioni bioetiche sul suicidio medicalmente assistito (2019) osserva che l’eventuale somministrazione di farmaci in grado di provocare la morte del paziente non deve comportare il rischio di alcuna prematura rinuncia da parte delle strutture sanitarie a offrire sempre al paziente medesimo concrete possibilità di accedere alle cure palliative.
Tuttavia, una maggiore diffusione, un potenziamento della terapia del dolore e delle cure palliative non possono eliminare del tutto le richieste di assistenza medica nella fase terminale della vita. Il dramma personale dell’elaborazione della propria morte supera e non evita l’offerta di condizioni migliori per trascorrere con meno dolore e con meno sofferenza il tempo rimanente dell’esistenza. Anche le cure palliative, come del resto la medicina della guarigione, si scontrano qui con un proprio limite intrinseco, perché non sempre possono riuscire a dare risposta alla sofferenza esistente del morente.
Qualunque, infine, sia l’importanza che si attribuisce alle cure palliative nell’ambito di una tragica vicenda quale quella dell’aiuto al suicidio, appare opportuno che tra le disposizioni finali, anche nell’ambito di questa discussione in Senato, si tenga conto dell’importanza di implementare la rete delle cure palliative, così da garantire una copertura continua, efficace e omogenea su tutto il territorio nazionale. La richiesta di assistenza a morire non deve mai essere una scelta obbligata, come avverrebbe laddove uno stato di sofferenza, che oggettivamente sarebbe mutabile e riducibile, fosse reso insuperabile dalla mancanza di supporto e di assistenza adeguati.










