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di Ferruccio de Bortoli

Corriere della Sera, 5 settembre 2026

Al legislatore riluttante vorremmo chiedere se sia accettabile, in un Paese o in una nazione civile, un federalismo del fine vita. La Chiesa italiana, va riconosciuto, è stata più coraggiosa del Parlamento. Dopo l’approvazione della coraggiosa legge regionale del Veneto, prima regione di centrodestra a intervenire in materia, crescono le pressioni per una normativa nazionale sul fine vita. Molto probabilmente non se ne farà nulla. Chi si oppone o soprattutto chi non ha semplicemente voglia di affrontare una materia così complessa che interroga anche - e non può essere altrimenti - la propria coscienza, la propria fede, troverà tante scuse per lasciare l’incombenza alla prossima legislatura. Al di sotto della questione legale vi è una dimensione umana, un universo di sofferenze che ci si ostina a non guardare. 

Questa voluta disattenzione ha in sé qualcosa di crudele. Perché è come se i malati inguaribili fossero ostaggio di una contrapposizione ideologica che ne trascura il dolore profondo. Al legislatore riluttante vorremmo porre una sola domanda e chiedergli se sia accettabile in un Paese o in una nazione civile, un federalismo del fine vita. Il rispetto per i malati in condizioni terminali e della loro volontà che dipende dai confini regionali è legato - come in Lombardia per esempio, dove di fatto il suicidio assistito c’è - solo a burocratiche e asettiche linee guida. Come per dire: si fa ma non si dice. 

La Chiesa italiana, va riconosciuto, è stata più coraggiosa del Parlamento italiano. Ha mutato nel tempo, pur nel rispetto della sacralità della vita, le proprie posizioni ascoltando la sofferenza dei malati, rifiutando l’accanimento terapeutico, comprendendo, assistendo, promuovendo le cure palliative. Una legge che accolga le condizioni di non punibilità previste per il suicidio medicalmente assistito dalle sentenze della Corte Costituzionale, non è l’anticamera di una deriva eutanasica. Ascolta la voce e la volontà dei malati, ne rispetta la dignità. Li considera cittadini nella pienezza dei loro diritti. Fino alla fine. Non se li dimentica nel momento in cui non hanno più speranze di vita.