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di Franco Corbelli

La Verità, 24 ottobre 2024

La donna, arrivata con altri migranti sulle coste della Calabria, non è una scafista. “La scarcerazione della giovane attivista iraniana, Maysoon Majidi, 28 anni, detenuta da dieci mesi in Calabria dal momento dello sbarco a Crotone insieme ad altri migranti, con l’accusa di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, disposta ieri dal Tribunale del Riesame di Catanzaro, è un atto di giustizia giusta e umana, il primo, importante pronunciamento in attesa adesso dell’esito finale del processo in corso a Crotone, che appare oramai scontato avendo i giudici dell’appello di fatto assolto completamente la ragazza parlando di insussistenza di indizi di colpevolezza”.

In questi mesi, insieme alla Verità, chi scrive si è sempre schierato a favore della liberazione di questa giovane attivista per i diritti delle donne iraniane, con una serie di accorati appelli, l’ultimo pochi giorni fa, sempre dalle pagine di questo quotidiano e nel corso del popolare programma Diritti Civili, in onda sulla tv privata calabrese Rtctelecalabria.

La scarcerazione di Maysoon Majidi per il venir meno dei gravi indizi di colpevolezza, in relazione al reato di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina per lo sbarco del 31 dicembre scorso, è un atto di giustizia giusta e umana. Avevamo ragione. Per mesi, dal maggio scorso, questo provvedimento, o quantomeno la concessione degli arresti domiciliari, lo abbiamo chiesto insieme al difensore della donna, l’avvocato Giancarlo Liberati, e a quanti, non molti, si sono battuti per questa giusta causa giudiziaria e umanitaria. Questa bella, importante notizia non viene minimamente scalfita, né inficiata dalla continuazione di questo processo che si svolge al Tribunale di Crotone e il cui esito non potrà adesso che confermare la sentenza emessa dal Riesame di Catanzaro.

Questa vicenda deve comunque far riflettere per quanto è successo a questa donna, che è qualcosa di allucinante, doloroso e inaccettabile. Lei in fuga dall’oppressione del regime iraniano, dopo un viaggio avventuroso e sofferto, arriva in Italia, insieme ad altri migranti, la fine dello scorso anno, e viene arrestata e tenuta dieci mesi in una cella, con l’accusa di essere un’aiutante degli scafisti.

La domanda a cui bisogna ora dare una risposta è questa: perché, se mancavano i gravi indizi di colpevolezza, come ha stabilito il Tribunale penale di Catanzaro, è stata tenuta dieci mesi in carcere e le sono stati negati, per ben cinque volte, gli arresti domiciliari, finanche con l’utilizzo del braccialetto elettronico? Perché non sono stati ascoltati e creduti i due testimoni iraniani e lo stesso comandante dell’imbarcazione che ieri l’hanno

scagionata, ribadendo di fatto quanto avevano già sostenuto nei mesi scorsi, come più volte abbiamo ricordato? In tv la settimana scorsa avevo posto questa domanda: e se fosse innocente, come ha sempre sostenuto sin dal primo istante, con forza, determinazione e dignità, chi mai potrà risarcirla del dolore, delle pene, della sofferenza vissuti in questi lunghi mesi di prigionia, nella disperazione assoluta che l’ha portata a fare lo sciopero della fame e a scrivere anche al presidente della Repubblica? Dopo la sentenza del Tribunale del Riesame, che l’ha scarcerata, e in attesa dell’esito finale del processo, con il doveroso rispetto come sempre della magistratura e delle sentenze, ripropongo questa domanda con la forte convinzione dell’assoluta innocenza di questa giovane iraniana.