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di Errico Novi

Il Dubbio, 5 maggio 2025

È di pochi giorni fa il “successo” rivendicato dal governo italiano per la gestione dei funerali di Papa Francesco. La presenza improvvisa, e concentrata in poche ore, di gran parte dei leader mondiali a Roma ha messo alla prova l’efficienza di forze dell’ordine e servizi di d’intelligence. In Italia, si ricorda spesso, corpi dello Stato e apparati di sicurezza hanno fronteggiato per anni minacce per lo più sconosciute nel resto delle nazioni progredite. Paese di frontiera durante la guerra fredda, lo Stivale è stato teatro di tensioni violentissime per una presenza di forze politiche filosovietiche, e di gruppi extraparlamentari in alcuni casi armati, sconosciuta al resto d’Europa.

E solo in Italia, sempre rispetto al resto dell’Occidente progredito, è esistito un antistato come Cosa nostra, capace persino di una sanguinaria deriva stragista. Tutte condizioni sfavorevoli che, se non altro, avrebbero favorito lo sviluppo di abilità, attitudini, organizzazione e addestramento davvero unici. Un know how acquisito a partire dalla seconda metà del secolo scorso che si sarebbe conservato e trasmesso sia nei corpi dello Stato sia tra gli apparati di sicurezza propriamente detti, cioè nei servizi segreti.

Già un quadro del genere - che probabilmente risponde al vero, sebbene nei nostri Servizi si siano conosciute anche terribili “deviazioni” - dovrebbe favorire un approccio più equilibrato al problema della sicurezza in Italia. Già la consapevolezza di contare su strutture collaudate, su forze dell’ordine che hanno acquisito, negli anni, notevoli abilità e informazioni, anche in virtù di un processo di “trasmissione delle competenze”, dovrebbe contribuire a raffreddare la retorica dell’insicurezza sociale, e a frenare i predicatori dell’insicurezza percepita.

E invece quel retroterra non basta. Non se ne tiene conto. Ed è incredibile come - nonostante gli anni di piombo siano lontani e la mafia abbia perso la propria connotazione stragista - si riesca a insinuare la convinzione che ora le minacce siano peggiori di quanto non siano state nel secondo Dopoguerra. È un paradosso che può spiegarsi solo con la deriva conosciuta dalla politica nell’ultimo trentennio, e cioè con il dissolversi della partecipazione fisica in favore della virtualità, del proselitismo esclusivamente mediatico e, soprattutto, social. Dai primi anni Novanta in Italia la minaccia di un nemico oscuro, prevalentemente identificato con lo straniero extracomunitario, è un vero e proprio “must” della propaganda.

È indiscutibile che a farne un cavallo di battaglia siano stati, storicamente, i partiti di destra e di centrodestra. Ma il “vizio” di spaventare gli elettori e proporsi come i cavalieri che sfidano e scacciano i cattivi fa parte ormai del linguaggio elettorale di quasi tutti gli schieramenti. C’è un’analogia disarmante fra “profezia dell’insicurezza” e processo mediatico. Come la giustizia- spettacolo è basata sull’assoluta indifferenza al dibattimento e alle sentenze d’assoluzione, cioè alla verità processuale, così nel campo della sicurezza c’è una colpevole amnesia sui dati veri dei fenomeni criminali.

Come ricordato anche in altri servizi del giornale, da anni l’Italia vede in forte contrazione il numero degli omicidi, e sono relativamente confortanti anche le statistiche su altri delitti che dovrebbero condizionare la percezione della sicurezza. Ma è un dettaglio che i profeti della paura, dell’insicurezza percepita, ben si guardano dal riconoscere.

È difficile spiegare com’è possibile che l’opinione pubblica si sia potuta ridurre a moltitudine disarmata, in un Paese in cui fino a quarant’anni fa la partecipazione alla politica era molto diffusa, con una decina di partiti in grado di aprire fisicamente sezioni in ogni centro abitato e in ogni quartiere. Ma siamo forse allo snodo decisivo: la fine del sistema politico e sociale della Prima Repubblica. Il tramonto dei gradi partiti che avevano segnato il Dopoguerra, tramonto coinciso con la fine della guerra fredda, con la caduta del comunismo e la conseguente scomparsa di quella “protezione” che era stata assicurata dal Patto atlantico, dagli Stati Uniti, dal fatto di essere un decisivo Paese di frontiera, appunto, tra due grandi blocchi.

La fine di quel paradigma globale si è accompagnata anche alla crisi del precedente modello di sviluppo e, a partire dai primi anni Novanta, a un oggettivo impoverimento. A dirlo sono studi come quelli condotti dall’università di Bologna, da Giovanni Vecchi con il suo “In ricchezza e in povertà”, volume illuminante e documentatissimo del 2011. Se le opinioni pubbliche, e quella italiana senz’altro, si sono scoperte più vulnerabili al senso di insicurezza, è anche per il venir meno delle certezze che, per oltre 40 anni, non solo avevano favorito un benessere meglio diffuso, ma che in generale avevano contribuito a formare un immaginario collettivo più stabile.

È nella fine della vecchia politica, della Prima Repubblica, che proliferano la retorica dell’insicurezza, l’ostilità e il pregiudizio nei confronti degli immigrati, l’idea di città sempre sotto la minaccia di un disordine incontrollato. È un’analisi, questa, che conferma ancora come la questione della sicurezza sia legata non a dati oggettivi ma alla percezione diffusa. E tenuto conto di quanto poco convenga, alle forze politiche, ammettere che oggi in Italia si vive assai più sicuri che in molti altri Paesi progrediti, sarà difficile che quella manipolazione si esaurisca in tempi brevi.