di Carlo Valentini
Italia Oggi, 7 agosto 2026
Sono 17mila i detenuti che avrebbero diritto all’intimità. Per la prima volta un fiocco (rosa o azzurro non si sa, questione di privacy) è appeso sulla porta di un carcere, quello di Padova. Spesso si scrive, giustamente, dei gravi problemi che angustiano le carceri, dove sono stipati 64.857 detenuti pur se la capienza regolamentare ne prevedrebbe 51.221 e i posti davvero disponibili sono 46.313: da anni si attende che proceda un piano carceri che consenta una gestione corretta del problema, ma i governi passano e nulla si muove. Pur in presenza di questa complicata situazione, oggi si può sorridere poiché nasce una vita. Il merito è della Stanza dell’affettività che il carcere di Padova ha messo a disposizione (dal 6 ottobre dello scorso anno) dei reclusi.
Lo spazio è arredato con un letto matrimoniale, tavolo, sedie e televisore. Si tratta di una delle prime esperienze di questo tipo. Il regolamento prevede quattro turni giornalieri di due ore ciascuno in cui i reclusi possono rimanere senza essere controllati insieme al rispettivo coniuge, convivente o persona con la quale si può comunque comprovare una relazione stabile. È assicurata l’intimità. Ne sono esclusi coloro che scontano il 41bis, chi è condannato per reati di violenza di genere. chi è stato sorpreso in carcere con sostanze stupefacenti, telefoni cellulari e oggetti atti a offendere.
Dice Maria Gabriella Lusi, direttrice del carcere: “Confermo il lieto evento ma va rispettato il massimo riserbo”. Il carcere ospita 787 detenuti, il 53,6% stranieri, 200 in più di quelli previsti. L’identità del detenuto che ha potuto incontrarsi con la moglie è quindi, giustamente, tenuto riservato ma in carcere vi è stata una piccola festa quando è arrivato l’annuncio ufficiale ed è stato posto il nastro ben augurante. La nascita è prevista all’inizio del prossimo anno.
Quello di Padova è considerato un carcere-modello, ma non sono mancati eventi drammatici, come il suicidio di due reclusi. Viene fatto il possibile per organizzare la frequenza dei detenuti a corsi di studio (un centinaio frequentano corsi universitari), ma pure stage di cucina, teatro, musica. Vengono facilitate le attività sportive, soprattutto calcio, con una squadra che dal 2014 disputa il campionato provinciale di Terza categoria E i risultati emergono: la recidiva non raggiunge le due cifre. Commenta
Margherita Colonnello, assessore comunale al Sociale e quindi con “giurisdizione” sulle carceri: “È bellissimo pensare a questo evento. La Stanza dell’affettività è stata istituita proprio con l’obiettivo di evitare l’imbruttimento dei detenuti, facendo invece in modo che possano continuare a coltivare gli affetti che avevano fuori dal carcere”.
L’istituzione di queste Stanze deriva da una sentenza della Corte Costituzionale, che ha previsto linee guida da parte del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Ma in molte carceri non sono state attivate oppure lo sono a singhiozzo a causa delle carenze logistiche. Annota una delle organizzazioni di volontariato più attive nei penitenziari, Antigone: “È un diritto riconosciuto sulla carta ma ancora difficile da esercitare nella pratica per la maggior parte delle persone recluse. Le Stanze attivate sono poche, distribuite in modo disomogeneo sul territorio nazionale, e caratterizzate da regole di accesso spesso restrittive. Intere regioni, tra cui il Lazio, non presentano nessuna stanza attiva. Laddove esse sono state realizzate, la domanda appare sostenuta, a conferma che il bisogno di affettività e intimità è reale e diffuso tra la popolazione detenuta”.
Secondo il ministero della Giustizia, sono quasi 17mila i detenuti potenzialmente beneficiari delle Stanze di affettività. Raccontano Ornella e Rossella Favero che insieme ai detenuti realizzano a Padova il giornale Ristretti Orizzonti: “Il futuro padre è un uomo giovane con una pena a media scadenza, un profilo per il quale la nascita di una nuova vita può costituire uno stimolo fondamentale per completare il percorso di riscatto sociale”.
E aggiungono: “Un detenuto che ha usufruito del colloquio in intimità mi ha detto che due agenti donne hanno accompagnato sua moglie nella stanza. Lui, dopo l’incontro, era molto contento anche per il modo in cui si è svolto, il personale era stato molto gentile e aveva rispettato la loro privacy, non vi è stato alcun tipo di imbarazzo. La perquisizione non è stata fatta alla moglie ma a lui, all’ingresso e all’uscita. Se si vuole, lo spazio in un istituto di pena per i colloqui in intimità si trova: che sia un locale o un prefabbricato da predisporre. È una questione di volontà”.
A confermare l’utilità di tutto questo è una nota dello stesso ministero della Giustizia: “L’impoverimento esistenziale connesso allo stato di detenzione ha a che fare anche con la privazione delle relazioni affettive e sessuali, una condizione di repressione emotiva e di “spersonalizzazione”. Questa circostanza, che si somma alla pena vera e propria, divenendone un’ombra inalienabile, si ripercuote negativamente sulla salute individuale del recluso e sul clima generale dell’ambiente detentivo. L’annullamento di un’esigenza umana primaria, come quella del contatto intimo, crea malessere nel singolo e conflittualità nell’ambiente di reclusione. Far uscire il detenuto dall’isolamento diviene, per il sistema carcerario, una priorità”. Nuovi passi avanti andranno quindi compiuti con una doverosa celerità. Intanto è opportuno festeggiare il primo nato (o nata) in Italia concepito (o concepita) in una Stanza dell’affettività.









