di Andrea Vivaldi
La Repubblica, 8 dicembre 2025
Riconosciuto il mancato rispetto dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo che vieta trattamenti inumani e degradanti. Una vita in 3 metri quadri. Tanto, a volte anche meno, era lo spazio lasciato a un detenuto nel penitenziario fiorentino di Sollicciano. Un uomo che ha scontato la sua pena in celle sempre assieme ad altri detenuti: due, tre, a volte sei persone. Costretto a sopportare, giorno dopo giorno, sovraffollamento, malfunzionamenti degli impianti, mancanza di acqua calda. Una condizione di vita che il detenuto, una volta uscito dal carcere, ha deciso di lamentare in tribunale. Il giudice alla fine ha disposto un risarcimento economico in suo favore e condannato il ministero al pagamento. Circa 11 mila euro. Ovvero 8 euro per 1.401 giorni di detenzione trascorsi dentro Sollicciano. Durante il processo, l’ultimo passo di un lungo iter giudiziario, è stato accertato che l’uomo era stato costretto in “uno spazio minimo inferiore a quello vitale”. Accolta quindi la posizione del detenuto, assistito dall’avvocata Anna Lisi.
Sovraffollamento e celle piccole - Si tratta di una decisione particolarmente rara. Capita infatti che per lo stato degradante di un penitenziario, proprio come Sollicciano, un carcerato ottenga uno sconto sulla pena. Non è comune invece che una disputa giudiziaria di questo tipo arrivi a una sentenza di risarcimento. Dall’analisi dei documenti è emerso che il detenuto aveva vissuto in carcere per quasi quattro anni tra il 2010 e il 2014, venendo spostato in sei celle. La superficie netta disponibile, tolto lo spazio occupato da mobili, letti e sanitari, è stata per lui spesso inferiore ai 4 metri quadri. A volte anche meno di 3. Il giudice ha riconosciuto inoltre che in quegli anni “la condizione di disagio dovuta al sovraffollamento delle celle di volta in volta occupate si è cumulata alle altre condizioni di detenzione degradanti: quali la mancanza di riscaldamento e di acqua calda, nonché il malfunzionamento delle docce per lunghi periodi di tempo”. Per il tribunale ci sarebbe stato quindi il mancato rispetto dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che vieta trattamenti inumani o degradanti. E un diritto quindi a essere risarcito. “Questa sentenza conferma che il diritto alla dignità della persona deve essere riconosciuto anche ai detenuti - spiega l’avvocato Anna Lisi -. Una decisione importante: le persone in carcere non possono vivere in condizioni inumani e degradanti. Serve il rispetto della Convenzione europea dei diritti dell’uomo”.
La crisi di Sollicciano - La sentenza rappresenta l’ennesimo giudizio negativo per un istituto che non sembra trovare pace. E che pure nell’ultimo anno ha dovuto fare i conti con suicidi, gesti di autolesionismo, proteste, incendi dolosi. Sindacati, avvocati e politici hanno più volte denunciato il sovraffollamento nel penitenziario.
L’ultimo dato - al 30 novembre - racconta di 557 detenuti presenti ma con solo 502 posti disponibili. Lo scorso marzo anche i magistrati di Magistratura Democratica (componente dell’Anm) si erano schierati chiedendo “la chiusura degli spazi detentivi fino alla loro completa ristrutturazione. Non sono in condizione di rimanere aperti”.
Hanno denunciato gli spazi ristrettissimi in cui devono vivere i detenuti, letti a castello con tre brandine che - hanno spiegato - arrivano a sfiorare il soffitto. Chi è entrato racconta di pareti piene di muffa e cimici nei materassi. Situazioni che hanno innescato centinaia di ricorsi tra i detenuti. E lamentele dei sindacati di polizia penitenziaria che giorno e notte lavorano nella struttura. Il ministero ha avviato da tempo alcuni lavori di riqualificazione che però ancora devono essere conclusi.










