di Jacopo Storni
Corriere Fiorentino, 28 maggio 2026
Il Garante: “Fenomeno in netta crescita”. Il carcere dei ragazzini. A Sollicciano 45 detenuti su circa 600 hanno un’età compresa tra i 18 e i 22 anni. Diventano circa 60 se si considerano i reclusi under 25. Una cifra record che nel penitenziario fiorentino non si era mai vista. Alcuni di loro, una minoranza, arriva da percorsi di accoglienza nel circuito dei minori non accompagnati, percorsi che evidentemente sono finiti male con l’ingresso degli ospiti nel circuito della microcriminalità. Altri sono invece giovani di seconda generazione, nati o cresciuti qui da famiglie straniere. Altri ancora sono adottati. Tutti giovanissimi che hanno avuto difficoltà nel corso dell’adolescenza.
Non succede soltanto a Sollicciano, ma in molti istituti penitenziari italiani. Un incremento massiccio soprattutto tra il 2022 e il 2025, quando i giovani adulti (compresi tra i 18 e i 25 anni) sono tornati a crescere, passando da poco più di 3.200 a oltre 4.100 detenuti. In termini percentuali, si tratta di un aumento di circa il 28%, superiore alla crescita complessiva della popolazione detenuta nello stesso periodo (circa +17%). “Negli ultimi anni - commenta il garante dei detenuti di Firenze Giancarlo Parissi - il fenomeno è diventato molto più significativo. Un aspetto rilevante riguarda anche i minori stranieri non accompagnati che, al compimento dei 18 anni, rischiano di diventare irregolari, entrando così in una condizione di maggiore fragilità sociale. In questo quadro, sarebbe importante interrogarsi anche sull’impatto delle leggi introdotte negli ultimi due o tre anni. Il Decreto Caivano, ad esempio, potrebbe aver influito soprattutto nella gestione dei cosiddetti “reati classici” del post-adolescenza, accentuando una risposta prevalentemente repressiva”.
Parole simili arrivano da Fatima Ben Hijji, presidente dell’associazione Pantagruel. “Una così elevata presenza di giovanissimi dimostra che c’è qualcosa che non sta funzionando, soprattutto sul piano dell’integrazione e del lavoro con i più giovani. Il fatto che molti di questi ragazzi siano under 25 dovrebbe spingere a costruire percorsi specifici per loro: progetti dedicati, strumenti educativi, accompagnamento. Alla base c’è anche un profondo disagio giovanile e identitario. Molti ragazzi di seconda generazione, pur essendo cresciuti in Italia, non si sentono italiani fino in fondo. Chi è adulto magari riesce a difendersi meglio da certe discriminazioni, ma per un ragazzo è diverso. Sentirsi dire frasi come “marocchino di m…, torna al tuo paese” lascia segni profondi e alimenta esclusione, rabbia e distanza dalla società. Anche un certo linguaggio pubblico e politico contribuisce a normalizzare questo clima”. “Il fenomeno è cresciuto in tutta Italia - fa notare Alessio Scandurra dell’associazione Antigone - in parte questo aumento è legato ai trasferimenti dagli istituti penali minorili verso le carceri per adulti, ma riflette anche una pressione più generale che oggi grava sui giovani. Molti istituti penitenziari stanno incontrando difficoltà nella gestione di questa fascia d’età: sono ragazzi difficili da “agganciare”, spesso molto conflittuali e poco disposti ad adattarsi alla vita carceraria”.










