di Jacopo Storni
Corriere Fiorentino, 8 luglio 2025
La presidente di “Pantagruel” accudisce i detenuti di Sollicciano in permesso. Fatima Ben Hijji, origini marocchine, è la salvezza per molti detenuti del carcere di Sollicciano, uno dei penitenziari più problematici d’Italia: l’ultimo decesso è di pochi giorni fa. Non solo entra in carcere ogni settimana per parlare coi reclusi, dare loro una speranza per continuare a vivere, scongiurare gli atti di autolesionismo e i tentati suicidi. Il suo volontariato estremo è un altro, e consiste nel fare compagnia ai reclusi che, per la prima volta dopo molti anni, escono per un permesso premio.
Non è un’uscita normale, perché questi detenuti rivedono la libertà dopo mesi e mesi in cella. E soprattutto, perché il permesso premio dura dodici ore. E lei, Fatima, per dodici ore resta insieme a ciascuno di loro, rinunciando al lavoro come cameriera al ristorante, alla famiglia, ai figli. Dodici ore sono tante, a volte non passano mai. Dalle 8 fino alle 20, più volte nello stesso mese. “E vero, sono tante ore - dice Fatima - ma l’emozione che provo mentre tengo compagnia ai ragazzi che escono di galera sono uniche”.
Questi ragazzi, in molti casi maghrebini, non hanno nessuno fuori che li aspetta. I loro familiari e i loro amici sono in patria, e se non trovassero la compagnia di Fatima, vagherebbero da soli in città, con l’alto rischio di ricadere in atti delinquenziali. E invece, grazie a Fatima, da poco diventata presidente dell’associazione Pantagruel, che li prende per mano, che li ascolta e li protegge, riassaporano la libertà e la vita fuori dalle sbarre. La giornata inizia al cancello di Sollicciano, dove i reclusi escono in autonomia e mettono piede, per la prima volta dopo anni, all’esterno. Poi vanno al Centro Samaritano della Caritas, dove avvengono colloqui di lavoro per organizzare la vita quando usciranno dal carcere.
“È un aspetto fondamentale - racconta Fatima - perché il rischio recidiva è molto alto per questi ragazzi. Mi raccontano quasi tutti che in carcere non c’è lavoro e non ci sono corsi di formazione professionali, e quindi escono con l’anima persa, non sanno cosa fare, non sanno dove andare”. Dopo il Centro Samaritano, direzione centro storico di Firenze. “Molti di loro non hanno mai visto la città, li porto al Duomo, su Ponte Vecchio, in piazza Signoria, loro si emozionano”.
Poi gli acquisti di vestiti in qualche negozio: “A volte possiedono soltanto un paio di pantaloni, una felpa e un paio di scarpe. Entrare in un negozio e comprare qualcosa è un’emozione indescrivibile”. Succedono cose inaspettate, quando i detenuti escono di galera dopo anni: “Un ragazzo una volta è entrato in un bar per un caffè e ha iniziato a tremare di gioia” racconta Fatima. Oppure sedersi al ristorante: “Ritrovano il piacere di mangiare, la speranza nella vita”.
O magari una visita al Piazzale Michelangelo, collina che domina la città: “Un ragazzo ha iniziato a correre urlando e respirando una libertà ritrovata. Quando escono si rendono conto che non c’è niente di più prezioso della libertà”. Le telefonate Quando sono fuori, possono telefonare a casa per un tempo illimitato.
“Presto loro il mio cellulare per chiamare i propri genitori, quando li vedono sullo schermo a volte si mettono a piangere”. E Fatima è sempre lì, sempre al loro fianco, per tentare di farli rinascere: “E vero che perdo una giornata di lavoro e di famiglia, ma io con loro sto benissimo, hanno una felicità negli occhi difficile da descrivere, alla fine della giornata sono stanca ma anch’io sono altrettanto felice”.











