di Luca Rondi
altreconomia.it, 25 giugno 2026
A metà giugno il Tribunale di Firenze ha messo sotto sequestro preventivo alcune sezioni dell’istituto per le terribili condizioni strutturali tra muffa, perdite e impianti deteriorati che perduravano da anni. È la prima volta che succede in Italia. Per Alessio Scandurra di Antigone il provvedimento lancia un segnale anche ad altre autorità di controllo, aziende sanitarie in primis: è possibile “mettere i sigilli” e fermare situazioni insostenibili. Il Tribunale di Firenze ha messo sotto sequestro preventivo a metà giugno una parte del carcere di Sollicciano per le sue condizioni disastrose. In Italia non era mai successo ed è l’ennesimo capitolo della “storia penitenziaria” del nostro Paese, ormai in caduta libera.
“Forse è più corretto dire che per la prima volta è stato il ministero della Giustizia a farsi sequestrare l’istituto -osserva ironicamente Alessio Scandurra, responsabile dell’osservatorio permanente sul carcere dell’associazione Antigone. La condizione era estrema da anni e non era necessario un decreto del tribunale per capirlo e arrivare alla chiusura”.
Muffa, impianti deteriorati, infiltrazioni d’acqua diffuse. È questo quello che ha trovato l’autorità giudiziaria durante l’ispezione condotta di concerto con l’Azienda sanitaria locale valutando poi le carenze strutturali non più tollerabili. Questo provvedimento inevitabilmente ha un valore simbolico e giuridico molto significativo. Dal primo punto di vista è interessante tornare al 1973: in un articolo a firma di Cesare Burdese pubblicato su Il giornale dell’architettura si legge che il carcere fiorentino “fu concepito nel clima politico e culturale che accompagnò la riforma dell’ordinamento penitenziario del 1975. Il tentativo dichiarato fu quello di porlo nel contesto dei servizi sociali della città, senza dimenticare le necessarie misure di sicurezza che un edificio di questo tipo comporta. Per questo motivo nel progetto la chiesa ed il cinema potevano e dovevano essere utilizzati anche dall’esterno, perché, appena il regolamento lo avesse permesso, il carcere potesse gravitare nella stessa orbita culturale della città”.
Da qui la forma del giglio che riprendesse il simbolo di Firenze. Molti di quegli impegni rimasero però solo sulla carta. “Quello che doveva essere un luogo di apertura divenne presto un luogo di degrado e di isolamento, dove la promessa di un’architettura capace di redimere si infranse contro la realtà materiale e sociale del sistema penitenziario italiano”, scrive ancora Burdese. Mancati e tardivi interventi di ristrutturazione hanno fatto tutto il resto. Anzi, quando le ristrutturazioni ci sono state non hanno raggiunto i risultati sperati. Prima il progetto di rilancio, nel 2022 con Marta Cartabia ministra della Giustizia, con cui erano stati stanziati 11 milioni di euro (sette il ministero, quattro la Regione) ma qualcosa è andato storto. Poi i 7,5 milioni messi a bilancio dal governo in carica nel 2023. Ma il risultato non è cambiato.
“Dal 2023 l’appalto è stato bloccato per un’erronea progettazione del trattamento delle facciate: durante i lavori portati avanti dalla ditta in appalto le facciate oblique sono state trattate come pareti verticali e quindi non impermeabilizzate come previsto per i soffitti”, ha scritto il presidente del Tribunale di sorveglianza con cui ha sollevato la questione di costituzionalità sulle condizioni di vita dei detenuti nel carcere costretti a convivere con topi, cimici, scarafaggi e muffa, come riporta il Corriere della Sera in un articolo pubblicato il 17 giugno.
“Non ho mai visto niente di simile a Sollicciano. Un conto è qualche cella, un altro invece è avere una sezione intera così problematica”, conferma Scandurra di Antigone ad Altreconomia sollevando un aspetto ulteriore e rilevante in questa decisione del Tribunale.
“Rompe un tabù: tradizionalmente anche chi ha un potere di supervisione esterna al sistema non lo esercita. Soprattutto le Asl sulle condizioni igieniche non è mai successo che dicano ‘no, qui dentro non ci può stare’, come farebbe nei confronti di altre strutture pubbliche. Vengono, osservano ma sanno di avere un mandato diminuito rispetto al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria. Spero che sia di monito anche perché, va detto, solitamente il sequestro avviene dopo indagini che scoprono qualcosa che non si sapeva. Qua era tutto alla luce del sole”.
Saranno 250 le persone che verranno trasferite per permettere di fare i lavori di ristrutturazione necessari. Bisognerà capire se nel decreto di sequestro preventivo si fa riferimento all’insalubrità dei luoghi di lavoro oppure se c’è un esplicito riferimento alla condizione di vita dei detenuti. “Se ci pensiamo, questo è ancora più paradossale: un luogo in cui un lavoratore non può lavorare può però essere un luogo in cui un detenuto può vivere? Da un punto di vista logico è chiaro: o la legislazione è carente, quindi tutela i lavoratori ma non i detenuti, o sono carenti i controlli -aggiunge Scandurra-. O infine sono carenti i detenuti, che non sono vere e proprie persone, sono quasi persone, e dunque possono vivere, mangiare, dormire, curare le loro malattie, in luoghi in cui le persone vere non possono nemmeno lavorare”. Infine Scandurra fa notare un’ultima questione. “Per una città è un disagio che ti arrestano e ti portano da un’altra parte: per la comunità che usa quei servizi è un grande vulnus. E soprattutto il rischio è di perdere quel patrimonio di associazionismo che in questi anni ha avuto il merito di tenere alta l’attenzione su quell’istituto, oltre a fare tantissime attività. Tutto ciò rischia di morire e ricominciare da capo sarà una fatica”.










