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di Luca Bisori* e Luca Maggiora**


Corriere Fiorentino, 30 agosto 2019

 

la cronaca ferragostana narra della visita a Sollicciano della Camera penale e del Partito Radicale, nonché del sindaco Nardella. Il resoconto della visita è mesto quanto consueto: 757 detenuti presenti, capienza regolamentare 450, sovraffollamento del 170%, si sta in 5 dove si potrebbe stare al massimo in 3.

Negli stessi giorni alcuni locali versiliesi sono stati chiusi, con clamore, per superamento della capienza regolamentare: a Sollicciano è invece la condizione ordinaria, non del breve volgere d'una serata danzante, bensì della vita quotidiana di centinaia di persone, ammassate in locali incandescenti d'estate e gelidi d'inverno, invasi da acqua di origine indecifrabile che fuoriesce dagli scarichi delle docce, esondando per celle e corridoi.

Condizioni che causerebbero l'immediata chiusura di qualsiasi struttura, ma non del carcere: qui, evidentemente, sicurezza, diritti, dignità dei detenuti non valgono tanto quanto quelli dei liberi, con buona pace della Costituzione e della legge. Questa assuefazione alla illegalità conclamata ha del paradossale: si manifesta proprio nel luogo ove lo Stato punisce chi ha violato la legge. Cronaca tragicomica di un fallimento annunciato.

Rieducare, risocializzare, è questo il precetto costituzionale per la pena: ma come può seriamente proporsi un simile obiettivo se per 750 detenuti lavorano appena 5 educatori, uno ogni 150? Se chi vuol lavorare deve attendere turni di 8 mesi, per poi lavorare manciate di giorni? Se, pressoché inesistenti altre attività, i detenuti restano chiusi in cella di fatto 22 ore su 24? (...).

L'indifferenza alle condizioni di vita dei detenuti affondano le radici in un terreno ideologico pervaso da una ossessione emotiva per la pena detentiva, da una idea del carcere come luogo di neutralizzazione fisica se non di "marcescenza" del colpevole, per cui la sola evocazione dei diritti dei detenuti viene subito bollata come buonismo radical chic: idea che ha partorito riforme improntate a parossistici aumenti di pena e riduzione degli spazi per le misure alternative.

È vero, la difesa dei principi di garanzia è contro-intuitiva: nel dibattito pubblico è assai più facile indulgere alla logica della vendetta collettiva, strumentalizzare il dolore e la rabbia delle vittime per chiedere a gran voce pene esemplari ed indefettibili, meglio se durissime e disumane. Ma proprio guardando il carcere dobbiamo chiederci: che democrazia vogliamo essere?

La Costituzione e le Convenzioni internazionali proclamano che umanità e dignità sono valori irriducibili di ogni uomo, anche colpevole, e che ogni eccesso di afflizione oltre la privazione della libertà costituisce un arbitrio. Sospendere la tutela dei diritti in carcere è sciaguratamente pericoloso (...).

In più, l'ossessione carcerocentrica è miope: le statistiche dimostrano che chi fa tutto e solo carcere torna a delinquere molto più di chi sconta parte della pena in misura alternativa. Investire sul carcere può non pagare in termini elettorali, ma è più intelligente.

Un Paese civile, insomma, considererebbe un'emergenza democratica il ripristino della legalità costituzionale in carcere; ed una classe politica lungimirante investirebbe su carcere e pene alternative, rivendicando le ragioni (etiche e funzionali) del proprio agire.

 

*Presidente della Camera Penale di Firenze

*Rappresentante dell'osservatorio Carcere Unione Camere Penali