di Raffaella Calandra
Il Sole 24 Ore, 14 febbraio 2025
Nella casa circondariale di Firenze. Un centinaio i reclami presentati dai detenuti al Tribunale di Sorveglianza per le criticità, disposti i primi otto trasferimenti. Il Dap: “Consapevoli della necessità d’intervenire in modo deciso”. Nella casa circondariale di Firenze. Un centinaio i reclami presentati dai detenuti al Tribunale di Sorveglianza per le criticità, disposti i primi otto trasferimenti. Il Dap: “Consapevoli della necessità d’intervenire in modo deciso” “Si sente la puzza di fumo”? Il comandante arriva negli uffici della direzione e allunga la manica della divisa. È appena stato nella cella dove un detenuto ha dato fuoco al materasso. Capita non di rado qui, a Sollicciano la casa circondariale di Firenze, come in altre carceri.
Talvolta è un modo di attirare l’attenzione su un disagio, altre una protesta dopo un diniego “a farmaci, per chi ha dipendenze o alle richieste più varie come utilizzare - spiega Massimo Mencaroni - una cella non agibile per stare da solo”. Più le condizioni dell’istituto sono difficili, più le tensioni aumentano. E quelle di Sollicciano sono condizioni “severamente critiche “, scrive il Tribunale di Sorveglianza di Firenze che uno dietro l’altro sta accogliendo i reclami dei detenuti a fronte di diffuse infiltrazioni d’acqua, muffa alle pareti, cimici nei materassi, oltre alla mancanza di acqua calda nei bagni delle celle.
“Trattamento inumano e degradante”, sentenziano i giudici. Un centinaio le istanze dei detenuti (534 presenti al lo febbraio, 465 uomini e 69 donne, in gran parte stranieri) in valutazione: in otto casi è stato stabilito il trasferimento ad altro penitenziario (due persone hanno rifiutato per non allontanarsi dai familiari) per “le gravissime problematiche”. Benvenuti a Sollicciano, il carcere “arrivato ad un punto di non ritorno”, ammise l’ex direttrice, Antonella Tuoni, di recente spostata; “il carcere da chiudere”, ripetono tanti; “da sostituire con uno nuovo”, secondo l’imprenditore Marco Carrai, che si è fatto promotore di una raccolta fondi; “l’Inferno dei vivi “, per altri e non solo per la sua forma circolare e obliqua che richiama i gironi di Dante, i cui versi sono incorniciati nella sala multimediale. Ma anche quando tutto sembra cadere a pezzi, come l’intonaco scrostato, e quando tutto sembra di un grigio senza speranza, come i muri sporchi delle facciate e come il cielo di questo pomeriggio di metà febbraio, ecco macchie di colore a ricordare che “dal letame nascono i fiori”. E talvolta i sentimenti. Come quelli che uomini e donne reclusi affidano a brandelli di tessuto, per dialogare e - perché no? - per innamorarsi.
L’amore ai tempi del carcere può essere - per dirla con Ivano Fossati - anche un lenzuolo “teso come un lino a sventolare”. A Sollicciano, è affidata al codice di drappi stesi sui terrazzini delle celle la comunicazione tra volti che si guardano da una parte all’altra dell’emicido, panneggi. Un movimento una lettera, due un’altra: un codice morse senza telegrafo, che da tempo attira attenzione. Oppure un lenzuolo conun cuore e un “ti amo”. L’amore in carcere è (stato) a lungo uno dei tabù più duri da scalfire, infranto (per ora sulla carta) un anno fa dalla Corte costituzionale (sentenza10/ 2024), ribadito dalla Cassazione (sentenza 8/2025) e richiamato nell’ ordine perentorio “alla casa circondariale di Temi - firmato dal giudice Fabio Gianfilippi di Spoleto - di provvedere con la massima urgenza all’approntamento di spazi idonei nei quali il colloquio intimo possa svolgersi”.
Un provvedimento trasmesso al Provveditorato di Umbria e Toscana, nella consapevolezza che quegli incontri senza sorveglianza “costituiscono una legittima espressione del diritto all’affettività - ricorda la Suprema Corte - e alla coltivazione dei rapporti familiari”, da negare solo per ragioni di sicurezza o di mantenimento dell’ordine. A Sollicciano, un possibile spazio era stato trovato, ma ora tra questi corridoi così lunghi da essere percorsi talvolta in bicicletta, l’aria è più ferma che mai dopo le vicissitudini disciplinari che hanno travolto l’ormai ex direttrice, spostata ad Arezzo. Così in assenza di ordini superiori, le risposte per il diritto all’affettività non sembrano la priorità di questa casa circondariale, condensato dei tradimenti dei principi ispiratori dell’ordinamento penitenziario, entrato in vigore 50 anni fa.
Così il progetto di un gruppo di giovani architetti, ispirato a quella innovazione, portò ad una struttura dalla forma aperta e in espansione per richiamare il giglio fiorentino, superando la concezione del controllo centrale su tutto e tutti. Di quell’utopia oggi restano 1’area verde - con sparuti alberi di limoni e un campo di calcio - e resta il cosiddetto giardino degli incontri a richiamare la centralità affidata dalla Costituzione, dalla riforma del ‘75 e dagli architetti fiorentini agli spazi per le attività volte al reinserimento. Quando entriamo tra colonne ritorte e panche decorate stile Parco Giiell di Gaudì, ci sono i segni degli ultimi colloqui con le famiglie, mentre intorno ad un tavolo apparecchiato un gruppo di giovani impara le tecniche del servire a tavola e quelle per futuri barman. Alle donne insegnano i segreti della pelletteria. Perché se “dietro il delitto c’è un passato, davanti c’è un avvenire”, ricordava Nicolò Amato, storico capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria.
Le sue parole sono riprodotte in un corridoio, in mezzo ad una successione di murales che aprono finestre sulla campagna toscana, sul Ponte Vecchio o su scorci di un altrove fatto di campi fioriti e città d’arte. Poi alzi o abbassi lo sguardo e la realtà sono i segni di infiltrazioni d’acqua, è l’intonaco gonfio dei soffitti, sono le pozzanghere a terra. La realtà è l’odore di muffa nei quattro piani del carcere, con il reparto giudiziario considerato il più complesso “perle condizioni complessive e i profili dei detenuti”, spiegano. In questo momento, la sesta sezione è chiusa dopo i disordini di luglio, innescati dal suicidio di un ventenne (1o3 le camere inagibili per rivolte, infiltrazioni o manutenzione). Sollicciano è una di quelle carceri dove più spesso si sceglie di morire: un giovane egiziano si è impiccato a gennaio e nel 2024 sono stati quattro i suicidi. Molti di più i tentativi sventati: già due in quest’inizio di 2025, 69 l’anno scorso.
Quanto decine di persone urlarono in quelle ore di protesta, si ritrova nero su bianco nei provvedimenti del Tribunale di sorveglianza a seguito dei reclami dei detenuti sistemati in celle a forma di spicchio, con un soffitto dall’intonaco che si sfarina sui letti e chi li occupa; con la muffa negli angoli e “l’acqua che fa allagare tutto, quando si infiltra nonostante i secchi “, racconta Marco, una celebrità di Sollicciano, in quanto l’unico ad uscire per lavorare (altri svolgono lavori dentro le mura o frequentano corsi).
A fare visita ai detenuti, più dei politici, dell’Asl, della struttura di Igiene pubblica o del presidente del Tribunale di sorveglianza, tutti entrati nelle celle, a fare visita ai detenuti sono soprattutto uccelli, attratti da residui di cibo, e ancor di più le cimici da letto, i cui morsi sono verificati da perizie e “dai segni di schiacciamento sui muri”, si legge negli atti. Una condizione che ha raggiunto “un livello tale di gravità da indurre sofferenze non giustificate”, scrivono i giudici. Un quadro peggiorato dalla denunciata assenza di acqua calda nei bagni delle celle (oggetto di una discussa sentenza, poi ribaltata) e talvolta anche nelle docce comuni, quando sono i tubi a cedere, o sono i cortocircuiti a bloccare tutto. Per questo, i magistrati hanno dato termini perentori di due o tre mesi per la ripresa di lavori di manutenzione straordinaria “indispensabili, urgenti e non più rinviabili”. Lavori iniziati, poi bloccati e “dal 2023 l’appalto è fermo per un’erronea progettazione del trattamento delle facciate”, si riepiloga negli atti giudiziari.
La condizione complessiva di Sollicciano è stata prospettata dal presidente del Tribunale di Sorveglianza, Marcello Bortolato, al Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, a quanto ricostruito nei provvedimenti ma “non risulta che all’atto di progettazione al Ministro (ex art. 69 ordinamento penitenziario) siano seguiti interventi di alcun genere”, scrive il magistrato di Sorveglianza Susanna Raimondo ad ottobre, chiedendo di trovare per il detenuto, firmatario del reclamo, diversa sistemazione nell’istituto o - come avvenuto fino ad ora - in altri penitenziari. Dal Dap, “pienamente consapevole della necessità di intervenire in maniera decisa”, rispondono con un fitto prospetto di progetti avviati, bloccati o riprogrammati; in attesa di gara o già realizzati per un valore complessivo di oltre 7 milioni di euro in capo in parte all’Amministrazione penitenziaria (manutenzione straordinaria di coperture e facciate, centrali termiche, impianti idrici), in parte al Ministero delle Infrastrutture (efficientamento energetico, realizzazione di un edificio per il lavoro penitenziario). Interventi più ordinari sono gestiti dall’istituto, che provvede a disinfestazione e derattizzazione, in un’area che era un pantano.
La quotidianità poi è soprattutto nelle mani di “generosi operatori”, per dirla col presidente della Repubblica: dai più esperti agli ultimi arrivati, i giovani agenti di polizia penitenziaria appena inviati per ridurre le carenze di organico, o la neo vicedirettrice, Valeria Vitrani, al suo primo incarico. Perché davanti “all’inferno dei viventi”, rifletteva Calvino in chiusura de Le città invisibili, due modi ci sono per non soffrirne; “accettare l’inferno e diventarne parte, fino al punto di non vederlo più” o “cercare e saper riconoscere chi e cosa non è inferno e farlo durare, e dargli spazio”.









