Firenze. Carceri, la storia di Kamal e del suo contratto a tempo indeterminato
di Roberta Barbi
vaticannews.va, 19 luglio 2026
Dopo un anno di tirocinio, il giovane marocchino di 36 anni ospite della casa circondariale a custodia attenuata Gozzini di Firenze ha ottenuto l’ambito traguardo, grazie alla mediazione di Seconda Chance e di un imprenditore illuminato nel settore della ristorazione veloce. Tra quattro anni sarà libero: “La prima cosa che farò sarà correre da mia madre”. Quella di Kamal è una storia come ce ne sono mille altre, nascoste nei vicoli bui delle nostre città, quando non sono sepolte negli abissi più profondi del mare. Storie che hanno una definizione precisa per iniziare a raccontarsi: minori non accompagnati.
Kamal era uno di queste decine di giovanissimi che ogni giorno raggiungono le nostre coste - quando ci riescono - pieni di sogni e di paure, di speranza e di solitudini. Lui ci riesce al terzo tentativo, ad arrivare in Europa, attraverso la Spagna: ha solo 13 anni e non sa cosa aspettarsi. Non se lo chiede nemmeno. Certo non si attendeva quello che poi sarebbe successo.
“Da piccolo in Marocco vedevo tutti i sacrifici che faceva mia madre per noi figli! Io andavo sempre al porto, cercavo di rimediare un po’ di pesce… lei con i 200 euro al mese che guadagnava facendo le pulizie in un hotel ci ha fatto crescere tutti quanti”, racconta nella sua intervista con i media vaticani. È orgoglioso, Kamal, di quella mamma lontana che non vede da più di 20 anni, ma incredibilmente vicina nel suo cuore e nei suoi ricordi e alla quale non ha mai smesso di pensare, anche in carcere: “La prima cosa che farò quando uscirò, nel 2030, e potrò avere un documento, sarà tornare in Marocco da lei e riabbracciarla, è la cosa più importante per me”. È anche il pensiero della mamma che ha tenuto in vita Kamal tutti questi anni, specie quando da adolescente cercava di cavarsela come poteva, solo, in un posto troppo grande e sconosciuto per qualunque ragazzo di 13 anni.
Kamal non credeva, quando si è imbarcato alla volta dell’Europa con le sue speranze in tasca, che sarebbe finito per strada: “Volevo solo aiutare mia madre che si toglieva il pane di bocca per noi”, ribadisce, invece finisce a spacciare, poi arrivano le risse e le rapine. È un continuo entrare e uscire dal carcere, fino a quel giorno: “Ero appena uscito e per quattro giorni ho chiamato a casa, in Marocco, chiedendo di mio padre, ma non me lo passavano mai, dicevano sempre che era fuori”. Invece il papà di Kamal, che era malato da tempo, è morto. A rivelarglielo sono i suoi amici. “Ho visto tutto nero, non ci potevo credere, mi sono sentito solo e ho avuto paura di poter perdere da un momento all’altro anche mia madre - ricorda - da quel momento, nel 2011, non mi importava più di nulla e di nessuno…”.
Rabbia e autolesionismo - Sprofonda sempre più giù, Kamal, e il carcere diventa la sua seconda casa. Ne gira tanti: Prato, Porto Azzurro, Sollicciano, dove conosce tante persone e tante le vede anche togliersi la vita, sotto i suoi occhi, per la disperazione. Anche lui sente quella disperazione, ma soprattutto avverte dentro di sé crescere la rabbia, per quello che poteva essere ma non era stato, per suo papà che non c’è più, per sua mamma così lontana. Inizia a farsi del male e quel dolore incredibilmente lo fa stare bene, fa sfogare quella rabbia tossica che gli impedisce di guardare oltre. Ma neppure quella è la strada giusta. Kamal lo sa.
Nessuno si salva da solo - A un certo punto Kamal capisce che deve chiedere aiuto, che deve salvarsi se davvero, prima o poi, vuole riabbracciare sua madre. Vicino ha gli educatori che lo aiutano a rimettersi in carreggiata: in carcere intraprende diverse attività, studia, colleziona attestati e diplomi, finché arriva il suo primo permesso di uscire per lavorare. Poi la grande occasione: “Grazie a Seconda Chance ho potuto avere il colloquio al Mc Donald’s per il tirocinio”, ricorda. Il Mc Donald’s è quello di via Cavour a Firenze, diretto da Giuseppe Troisi, un imprenditore che non lesina le opportunità, specie a chi non le ha mai avute ma se le merita tutte. È anche grazie a lui se Kamal ha da poco firmato un contratto a tempo indeterminato che gli consente di mandare i soldi a casa, in Marocco, ma che soprattutto gli permetterà di tornare da sua madre, una volta arrivato al fine pena: “Non avevo mai avuto un’opportunità come questa, per 19 anni ho vissuto senza documenti - ammette - oggi sono stanco e felice perché ho una vita piena: la mattina faccio le pulizie per l’istituto, il pomeriggio lavoro al ristorante e torno in cella solo a dormire”.
Un modello da seguire - Non sa di essere un esempio per altri che possono trovarsi nelle sue condizioni, Kamal, ma ha deciso di raccontare la sua storia perché “ho quasi pagato il mio debito con la giustizia e non devo vergognarmi di niente”, dichiara. Tante volte gli hanno domandato come si sente oggi e come guarda, a distanza, il se stesso di prima: “In carcere quando ho cominciato a lavorare non è che sono cambiato, sono solo tornato il Kamal di prima, quello che ero da piccolo, in Marocco, quando stavo con la mia mamma”. Non gli facciamo la domanda sul suo futuro, non ce n’è bisogno. Scommettiamo di sapere già con chi vorrà passarlo.










