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di Jacopo Storni

Corriere Fiorentino, 19 giugno 2026

“Il carcere di Sollicciano è sul territorio tra Firenze e Scandicci e dovrebbe essere progettato anche dalle istituzioni locali, hanno il dovere di intervenire, le responsabilità non possono essere demandate soltanto al ministero. E il sequestro di sette sezioni rappresenta, oltre a un fatto drammatico, anche un’occasione per una riprogettazione della struttura”. Sono le parole di Maria Oliva Scaramuzzi, presidente della Fondazione Michelucci che si occupa di architettura e urbanistica. Una notizia, quella dei sigilli della procura, che “ci dovevamo aspettare e forse era auspicabile viste le condizioni. A Sollicciano è successo quello che non si poteva evitare, è una struttura che è stata lasciata andare per anni e anni, non sono mai state fatte manutenzioni né ordinarie né straordinarie e il sovraffollamento non porta che a fatti di cronaca drammatici”.

Un sequestro che, seppur fortemente problematico, “va colto come occasione per aprire finalmente gli occhi, adesso è il momento del fare”, tanto più che “era proprio lo stesso architetto Giovanni Michelucci a seguire con dedizione i progetti urbanistici rivolti alla popolazione più fragile”. Scaramuzzi ci tiene a precisare che non è “per l’abbattimento del carcere”, come invece ipotizzato dalla sindaca Funaro. “Distruggere e rifare il penitenziario porterebbe via almeno otto anni di lavori, noi abbiamo un bisogno più urgente”. Secondo la presidente, “la struttura attuale può essere recuperata, come detto anche da autorevoli architetti”.

E dunque riprogettare, ma come? “Certamente bisogna ripartire da quel progetto di masterplan che fu siglato nel 2022, e ad oggi dimenticato, da Comune di Firenze e Scandicci, facoltà di architettura, case circondariali Sollicciano e Gozzini, ordine degli architetti e Fondazione Michelucci. Il masterplan parlava di riqualificazione urbanistica esterna ma anche di ristrutturazione interna”. “Bisogna mettere a sedere insieme, dunque, non soltanto le istituzioni locali, ma anche un pool di architetti professionisti. Penso che soltanto affrontando il problema con una cabina di regia, composta da tutti gli attori istituzionali e professionali coinvolti nel territorio, sia possibile arrivare a una soluzione che vada oltre l’emergenza e affronti questioni irrisolte da ormai troppo tempo”. Sulla ristrutturazione interna il ministero ha stanziato recentemente 7,5 milioni, “ma sono troppo pochi, ce ne vorrebbero almeno cento”.

Certo non sarà facile trovarli: “Ma non impossibile”. E se è vero che il ministero dovrebbe stanziare i fondi, “è altrettanto vero che gli enti locali devono portare il loro contributo magari realizzando un progetto credibile di riqualificazione, un progetto da presentare al ministero e contestualmente a tutti i soggetti che potrebbero finanziarlo”. Ma per fare questo “serve mettersi tutti attorno a un tavolo e come Fondazione Michelucci lanciamo un invito a tutti gli attori coinvolti già nel 2022 con l’intento di ripartire da lì, mettendo a sedere insieme non soltanto le istituzioni locali, ma anche un pool di architetti professionisti”.

Quanto ai contenuti dell’eventuale progetto, “c’è certamente l’aspetto del contesto urbanistico, si dovrebbe partire dal mettere il carcere in sinergia con gli spazi esterni pensando a un’area verde”. E poi, “è urgente riprogettare lo spazio esterno in cui i familiari dei detenuti attendono di entrare, che ad oggi non è altro che un luogo fatiscente dove d’estate ci sono quasi 50 gradi e d’inverno ci piove dentro”.