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di Jacopo Storni

Corriere Fiorentino, 9 giugno 2024

A colloquio con il nuovo arcivescovo Gambelli e l’imam di Sollicciano Al Zeqri. Il nuovo arcivescovo di Firenze Gherardo Gambelli e l’imam di Sollicciano Hamdan Al Zeqri dialogano sul carcere e sulla necessità di riportare la speranza in cella, a partire dalle profonde criticità del penitenziario fiorentino. Un luogo conosciuto da entrambi visto che Gambelli è stato cappellano per alcuni mesi prima di essere nominato arcivescovo. Nella prima intervista rilasciata nella sua nuova veste di arcivescovo, Gambelli, prima di affrontare il tema carcere, si sofferma brevemente sulla città in senso più ampio.

Secondo lei a Firenze l’assalto del turismo e gli interessi privati hanno fatto perdere il senso di comunità? E come si fa a recuperarlo?

“La nostra è una città dove effettivamente il senso di comunità si sta perdendo un po’, motivo per il quale ritengo che sia importante puntare sulla tradizione del volontariato, riscoprirlo e valorizzarlo, superare la burocrazia e le leggi che talvolta lo ostacolano e scoraggiano le persone. Tutto questo per mettere al primo posto umanità e fraternità, questo può aiutarci a diventare più solidali tra noi, in questo ho molta speranza nei giovani, che purtroppo noi adulti non ascoltiamo abbastanza”.

La sicurezza secondo lei è uno dei temi principali della città?

“È un tema importante, che deve essere affrontato come un cammino quotidiano, partendo dal rispetto delle persone: per rendere sicura una città bisogna prendersi cura delle persone che la vivono, questo vale anche per il carcere, che non può essere soltanto una discarica sociale”.

Tema Sollicciano, qual è la situazione del carcere che avete riscontrato negli ultimi tempi?

Gambelli: “Impressiona vedere che tante persone nel carcere di Sollicciano siano abbandonate a se stesse. Molti detenuti hanno problemi di natura psichica e quello che viene fatto per aiutarli è semplicemente dare loro delle pasticche per addormentarli e renderli innocui, questo fa male”.

Al Zeqri: “Sollicciano è un luogo che sembra una discarica sociale, un luogo non luogo, dove le persone non riescono ad essere distinti dal delitto che hanno commesso, ma bisogna sempre ricordare che sono persone, oltre che detenuti, anche se talvolta ce lo dimentichiamo. Basti pensare che soltanto pochissime persone recluse tra quelle che ho incontrato negli ultimi giorni erano al corrente della possibilità di votare alle elezioni”.

Qual è secondo voi il problema principale di Sollicciano?

Gambelli: “C’è un problema di rieducazione. Oggi è difficile fare educazione fuori, figuriamoci fare rieducazione dentro al carcere, tante volte si alza bandiera bianca davanti a persone che sembra impossibile rieducare, però manca l’immaginazione e l’odio nasce proprio dalla mancanza di immaginazione. Non riusciamo più a parlare con le persone, vedere il valore in ognuna di loro, tendiamo invece ad abbandonarle e allora non ci si può meravigliare se qualcuno si toglie la vita o tenta di farlo”.

Al Zeqri: “A Sollicciano permangono troppe persone detenute con problemi psichiatrici, non dovrebbero stare in cella ma scontare misure diverse in strutture destinate alle fragilità. E invece restano in carcere e, come ha detto don Gherardo, vengono infarciti di pasticche per diventare innocui, ma così si toglie dignità e speranza e quando a una persona gli togli la speranza, è come se si ammazzasse vivo”.

Quali soluzioni per superare le tante difficoltà di Sollicciano?

Gambelli: “Serve investire sulle misure alternative, anche per diminuire il sovraffollamento delle carceri. Se non vengono attuate queste misure, è forse anche perché esiste un pregiudizio verso queste persone, ma non può esistere solo la giustizia vendicativa, serve anche quella riparativa. Penso al carcere di Bollate e al suo ristorante, dovremmo cercare di investire anche a Firenze su questi progetti”.

Al Zeqri: “Qualsiasi cosa di sociale, culturale o spirituale si porti dentro al carcere, viene apprezzata tantissimo dalle persone detenute, figuriamoci se portiamo il lavoro. È quindi prioritario investire per portare lavoro ai detenuti. Anche perché non può esserci un carcere come questo a Firenze perché questa città è la culla della civiltà e del Rinascimento e non può permettersi di avere questo penitenziario dove purtroppo continuano a dilagare tra i detenuti atti di autolesionismo e suicidi”.